Sembra ormai chiaro a tutti che Antonio Conte sarà il prossimo allenatore della Juventus. Dopo Mister Good Morning dopo 3 anni alla guida del Chelsea (Ranieri), dopo l’ex vecchia gloria bianconera troppo bbuona (Ferrara) ma non altezza della situazione, dopo il primo allenatore libero con la passione per il 3-4-3 (Zaccheroni), dopo l’allenatore di provincia con un baffo che sembrava adatto ad una grande squadra (Delneri), dopo tutti questi fallimenti il club bianconero si mette nelle mani dell’allenatore giovane ed emergente con qualche buon risultato dalla sua parte ed una profonda conoscenza della società torinese.
Vediamolo dunque il suo curriculum da calciatore e da allenatore.
Conte inizia la carriera da calciatore nella sua Lecce ma è nel ’91, quando si trasferisce a Torino per giocare con la casacca bianconera numero 8, che compie il definitivo salto di qualità grazie ad un certo Trap che crede ciecamente nei suoi mezzi. Antonio è un centrocampista di carattere, un leader in campo, capace di giocare sia da mediano sia da interno nei 3 di centrocampo, sia da incursore offensivo. Una delle sue qualità migliori è il senso del gol. Conte ne realizzerà ben 29 in 269 partite con la maglia a righe della Juventus, la sua squadra del cuore. Il ragazzo è un vincente. Lo dimostra il suo ricchissimo palmarès: 5 Scudetti, 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe Europee, 1 Coppa Uefa, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intercontinentale ed 1 Intertoto. Dopo la cessione di Peruzzi e prima dell’investitura di Del Piero, Conte sarà il capitano della Juventus.Come allenatore Conte conta su 2 promozioni in Serie A con il Bari, che un per leccese doc come lui vale quasi come un fallimento, e quella freschissima col Siena. Raffinano il suo curriculum post calciatore l’indimenticabile rissa col Bocia, nella sua breve parentesi alla guida dell’Atalanta, il coraggioso trapianto di capelli (avvenuto ben prima che qualcun altro con la bandana ci pensasse) ed una laurea.Si aspetta la fine del campionato di Serie B per ufficializzare il passaggio del tecnico dal bianconero senese a quello piemontese ma pare che stia già lavorando con la società per ricostruire una grande Juventus. Conte predica un gioco spregiudicato. E’ abituato a giocare con un 4-4-2 con gli esterni molto offensivi che si trasforma facilmente in un 4-2-4. Pare che abbia avvallato l’acquisto a parametro zero di Pirlo e abbia chiesto un’ala sinistra di livello assoluto come il francese Ribery. I tifosi juventini si augurano che la società saprà accontentare le richieste dell’allenatore per evitare casi come quelli di Poulsen al posto di Xabi Alonso per risparmiare una manciata di milioni...A differenza di Ferrara, Conte avrà meno ex compagni con cui fare i conti. Infatti nell’attuale rosa il neo tecnico ha giocato solo con Del Piero e Buffon. Però siamo sicuri che Antonio, aiutato dal suo carattere capelliano, saprà gestire con forza lo spogliatoio.Sia da calciatore che da allenatore Conte ha sempre saputo cosa voleva. E’ ambizioso e non lo nasconde tanto che durante sua prima esperienza su una panchina professionistica (Arezzo 2006) dichiarò senza diplomazia: “se nel giro di 3 anni non allenerò la Juventus mi ritiro”. Certo, se fosse anche coerente, avrebbe appeso il taccuino al chiodo da un paio di stagioni.
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martedì 24 maggio 2011
martedì 17 maggio 2011
Il senso della Juventus secondo Andrea Agnelli
«C'è tanta delusione perché alla fine di questo campionato è emerso che una serie di giocatori arrivati non hanno capito cos'è la Juventus e quelli che avevamo lo hanno dimenticato».Parole sagge quelle con cui Andrea Agnelli chiude il sipario sul deludente campionato juventino. La squadra bianconera chiude la stagione avendo fallito pesantemente ogni obiettivo: 7° posto in classifica che non consente la partecipazione a nessuna coppa europea, eliminata nel girone di Europa League senza vincere una partita e fuori dalla Coppa Italia ai quarti. Dura, forse troppo, l’autocritica di Agnelli in questa dichiarazione strappatagli, sicuramente in un momento di debolezza, dagli editori del sito ufficiale bianconero.Eppure la responsabilità non è soltanto del coraggioso rampollo torinese... Va spartita tra i vari Cobolli Gigli, Jean-Claude Blanc (che probabilmente ha visto la sua prima partita di pallone il giorno dell’esordio in B della Vecchia Signora a Rimini nel settembre 2006), Secco, Marotta e Clouseau Delneri, riuscito a dare un’identità alla squadra da settembre a dicembre e poi il nulla da gennaio ad oggi. E soprattutto i giocatori, perchè lo sappiamo tutti, “alla fine in campo ci vanno loro”.Vediamoli allora questi asini che, arrivati a Torino dall’infausto 2006 ad oggi, nonostante la dedizione pedagogica, i seminari alla CEPU ed i capitali investiti dalla dirigenza bianconera, non sono mai rusciti ad afferrare l’inconfutabile concetto di Juventus: Andrade (10 milioni) che giocò a malapena 3 partite; Tiago la lavatrice (che non lava) pagato 13 milioni; Almiron, comprato per 9 milioni, ceduto 6 mesi dopo l’acquisto; la sputacchiera Poulsen (10 milioni); Martinez (12 milioni!!!), uno dei peggiori giocatori della storia bianconera; Amauri, costato ben 23 milioni, un bomber da 2 gol l’anno; Diego, astro nascente tracagnotto, strappato per 25 milioni ai migliori club europei; il mediano nevrotico Felipe Melo pagato 25 milioni... Solo per citare alcuni dei sensazionali “colpi” di mercato di Secco, Blanc e Marotta. Tutti puntualmente svalutati e ceduti sottocosto.In vista dell’ingente ricapitalizzazione appena annunciata, per il professore Agnelli, “che cos’è la Juventus” sarà la domanda da 100 milioni di Euro. Siamo sicuri che saprà rispondere? Forse non basta chiamarsi Agnelli per essere in grado di guidare la Juventus...
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mercoledì 11 maggio 2011
Juve-Chievo: un'altra "finale" persa
“Ci restano nove partite, dobbiamo affrontarle come se fossero nove finali e vincerle”. Il refrain calcistico più inflazionato del 2011 (più finali per tutti) non ha mai portato particolarmente bene alla Juve, visto che le finali sono diventate prima otto, poi sei, cinque e così via, ma senza nessuna Coppa sollevata: solo scampoli di speranza e, in definitiva, un pugno di mosche in mano.
In barba alla scaramanzia (dopo una stagione del genere appigliarsi al soprannaturale fa sorridere) il ritornello ha comunque continuato a circolare in sala stampa, anche se le vittorie non arrivavano e le finali diminuivano inesorabilmente, come la possibilità di arrivare a giocarsi la Champions. Perfino l’altra sera, al termine dell’incubo grottesco colorato a tinte gialloblu, Gigi Delneri ha avuto la forza di sentenziare come un automa che “mancano due partite, dobbiamo fare sei punti”. Ma ci avrà creduto davvero? Sei punti per auto-condannarsi nuovamente a un preliminare di Europa League? Lo sguardo algido, battagliero e sicuro di sé non nascondeva in realtà il profondo sconcerto di un uomo che da tempo ha capito di aver sciupato la grande occasione della sua carriera, un treno che forse a 60 anni non ripasserà mai?
La gara col Chievo è sembrata per lunghi tratti del primo tempo una sgangherata esibizione tra scapoli e ammogliati, con i veronesi inizialmente timorosi oltre misura e i bianconeri quanto mai imprecisi e disordinati. Nella ripresa alla pochezza tecnica e tattica si sono aggiunte però le emozioni, in un cocktail di rara imprevedibilità. Abbiamo assistito a capovolgimenti di fronte, Buffon saltato da Pellissier a metà campo, il comico errore di Uribe (chi era costui?) e la sintesi perfetta della stagione bianconera: follia pura, limiti tecnici, crolli di personalità, ansia da prestazione (?), disordini tattici, enigmi irrisolvibili (a un certo punto Matri piazzato esterno di centrocampo, per dirne una). Una centrifuga di caos e paura che ha ingoiato la pazienza dei tifosi e fatto irrimediabilmente saltare il banco. Dal lavaggio sono usciti dei panni stinti e scoloriti, ma il rischio è che ancora una volta si cambi l’ammorbidente mantenendo la lavatrice rotta. L’anno prossimo per raggiungere la Champions occorrerà il terzo posto, dunque l’unica strada percorribile impone una massiccia immissione di liquidi nelle casse amministrate da Beppe Marotta.
Al termine del lavaggio 2010-2011 resta il monumento Del Piero. Lui non si può cancellare. Nemmeno quest’anno. Ogni sua partita è una in meno da conteggiare nel triste count-down che ci separa dal suo addio al calcio (solo italiano?). Col pareggio di lunedì ha rivolto il suo personalissimo saluto alla Coppa dalle grandi orecchie e alla sua musichetta, un palcoscenico che non calcherà più, ma che avrebbe meritato ancora una volta. L’ultima.
In barba alla scaramanzia (dopo una stagione del genere appigliarsi al soprannaturale fa sorridere) il ritornello ha comunque continuato a circolare in sala stampa, anche se le vittorie non arrivavano e le finali diminuivano inesorabilmente, come la possibilità di arrivare a giocarsi la Champions. Perfino l’altra sera, al termine dell’incubo grottesco colorato a tinte gialloblu, Gigi Delneri ha avuto la forza di sentenziare come un automa che “mancano due partite, dobbiamo fare sei punti”. Ma ci avrà creduto davvero? Sei punti per auto-condannarsi nuovamente a un preliminare di Europa League? Lo sguardo algido, battagliero e sicuro di sé non nascondeva in realtà il profondo sconcerto di un uomo che da tempo ha capito di aver sciupato la grande occasione della sua carriera, un treno che forse a 60 anni non ripasserà mai?
La gara col Chievo è sembrata per lunghi tratti del primo tempo una sgangherata esibizione tra scapoli e ammogliati, con i veronesi inizialmente timorosi oltre misura e i bianconeri quanto mai imprecisi e disordinati. Nella ripresa alla pochezza tecnica e tattica si sono aggiunte però le emozioni, in un cocktail di rara imprevedibilità. Abbiamo assistito a capovolgimenti di fronte, Buffon saltato da Pellissier a metà campo, il comico errore di Uribe (chi era costui?) e la sintesi perfetta della stagione bianconera: follia pura, limiti tecnici, crolli di personalità, ansia da prestazione (?), disordini tattici, enigmi irrisolvibili (a un certo punto Matri piazzato esterno di centrocampo, per dirne una). Una centrifuga di caos e paura che ha ingoiato la pazienza dei tifosi e fatto irrimediabilmente saltare il banco. Dal lavaggio sono usciti dei panni stinti e scoloriti, ma il rischio è che ancora una volta si cambi l’ammorbidente mantenendo la lavatrice rotta. L’anno prossimo per raggiungere la Champions occorrerà il terzo posto, dunque l’unica strada percorribile impone una massiccia immissione di liquidi nelle casse amministrate da Beppe Marotta.
Al termine del lavaggio 2010-2011 resta il monumento Del Piero. Lui non si può cancellare. Nemmeno quest’anno. Ogni sua partita è una in meno da conteggiare nel triste count-down che ci separa dal suo addio al calcio (solo italiano?). Col pareggio di lunedì ha rivolto il suo personalissimo saluto alla Coppa dalle grandi orecchie e alla sua musichetta, un palcoscenico che non calcherà più, ma che avrebbe meritato ancora una volta. L’ultima.
martedì 10 maggio 2011
Retrocedere per orgoglio
Per la Sampdoria tutto quello che poteva andare male è andato peggio ed il gol di Boselli al 96esimo minuto nel derby, oltre alla sconfitta nella stracittadina, ha quasi sicuramente sancito la retrocessione della squadra ligure.Ma la Samp un piede in B ce l’aveva già messo tra novembre e gennaio quando il Presidente “tutto d’un pezzo” Garrone ha cacciato l’ex amico Cassano reo di averlo insultato con stile (“vattene a fan* vecchio di m*”!!) e venduto l’ariete Pazzini all’Inter perché non lo vedeva più motivato.
La Samp è terz’ultima a 2 punti dal Lecce a 2 giornate dal termine del campionato. E pensare che solamente un anno fa la squadra blucerchiata, guidata dal baffuto Delneri, calpestava il sogno scudetto della Roma di Ranieri e conquistava la qualificazione ai play-off di Champions League. I protagonisti della grande cavalcata doriana verso il 4° posto con vista sull’Europa erano il Mister friulano passato in estate alla Juve con esiti disastrosi, il portierone Storari anche lui passato in bianconero per fare da vice Buffon, il Capitano astemio Palombo e i nuovi gemelli del gol Cassano-Pazzini. Garrone, signore anziano e pacato, lontano dalle manie di protagonismo di altri colleghi, irascibili ed arroganti, si è trovato in una situazione nuova ed inaspettata: una squadra competitiva, qualificata per la competizione internazionale più importante e la coppia gol della nazionale azzura. Sbigottito forse dalle luci e dal clamore del successo Garrone, tra un passo più lungo della gamba e un genovesissimo braccino corto, ha iniziato a smantellare silenziosamente la squadra. Prima si è sbarazzato del fedelissimo direttore sportivo Marotta, poi del tecnico ed infine del portiere rivelazione. Una volta perso il preliminare di Champions, si è messo a stuzzicare l’esplosivo carattere del pupillo barese fino alla fatidica litigata che lo ha portato al licenziamento. Poi ha invitato l’Inter a comprare il “Pazzo” ed infine ha esonerato il nuovo allenatore Di Carlo. L’orgogliosissimo Garrone si è guardato bene dall’aprire il portafoglio e non ha sostituito degnamente nessuna cessione. A gennaio ha riempito i buchi comprando lo scaduto Big Mac e l’acerbo talentino Macheda. Così la Samp si è ritrovata senza i suoi 2 fuoriclasse in grado di risolvere da soli le partire, senza un portiere forte ed affidabile, senza un allenatore sicuro ed esperto ma con tantissime paure, dubbi ed insicurezze. Il risultato è stato che la squadra ha perso 11 partite nel girone di ritorno ed è precipitata in piena zona retrocessione.
Restare al vertice si rivela ancora una volta molto più difficile che arrivarci (per caso) e quando sembrava che la stagione passata potesse davvero preludere ad un’altra decade di gloria blucerchiata, i tifosi devono ora digerire una dolorissima retrocessione. A Dicembre qualcuno poteva forse ammirare la testardaggine con cui il buon Garrone aveva preferito perdere talento e denaro piuttosto che accettare le scuse del Franti barese. Adesso, mentre Fantantoniospolvera la panchina festeggia lo Scudetto a San Siro e la Samp si fa cacciare in B al 96esimo dai cugini superbi, la legge del contrappasso sembra punire Garrone per un fatale peccato d’orgoglio.
La Samp è terz’ultima a 2 punti dal Lecce a 2 giornate dal termine del campionato. E pensare che solamente un anno fa la squadra blucerchiata, guidata dal baffuto Delneri, calpestava il sogno scudetto della Roma di Ranieri e conquistava la qualificazione ai play-off di Champions League. I protagonisti della grande cavalcata doriana verso il 4° posto con vista sull’Europa erano il Mister friulano passato in estate alla Juve con esiti disastrosi, il portierone Storari anche lui passato in bianconero per fare da vice Buffon, il Capitano astemio Palombo e i nuovi gemelli del gol Cassano-Pazzini. Garrone, signore anziano e pacato, lontano dalle manie di protagonismo di altri colleghi, irascibili ed arroganti, si è trovato in una situazione nuova ed inaspettata: una squadra competitiva, qualificata per la competizione internazionale più importante e la coppia gol della nazionale azzura. Sbigottito forse dalle luci e dal clamore del successo Garrone, tra un passo più lungo della gamba e un genovesissimo braccino corto, ha iniziato a smantellare silenziosamente la squadra. Prima si è sbarazzato del fedelissimo direttore sportivo Marotta, poi del tecnico ed infine del portiere rivelazione. Una volta perso il preliminare di Champions, si è messo a stuzzicare l’esplosivo carattere del pupillo barese fino alla fatidica litigata che lo ha portato al licenziamento. Poi ha invitato l’Inter a comprare il “Pazzo” ed infine ha esonerato il nuovo allenatore Di Carlo. L’orgogliosissimo Garrone si è guardato bene dall’aprire il portafoglio e non ha sostituito degnamente nessuna cessione. A gennaio ha riempito i buchi comprando lo scaduto Big Mac e l’acerbo talentino Macheda. Così la Samp si è ritrovata senza i suoi 2 fuoriclasse in grado di risolvere da soli le partire, senza un portiere forte ed affidabile, senza un allenatore sicuro ed esperto ma con tantissime paure, dubbi ed insicurezze. Il risultato è stato che la squadra ha perso 11 partite nel girone di ritorno ed è precipitata in piena zona retrocessione.
Restare al vertice si rivela ancora una volta molto più difficile che arrivarci (per caso) e quando sembrava che la stagione passata potesse davvero preludere ad un’altra decade di gloria blucerchiata, i tifosi devono ora digerire una dolorissima retrocessione. A Dicembre qualcuno poteva forse ammirare la testardaggine con cui il buon Garrone aveva preferito perdere talento e denaro piuttosto che accettare le scuse del Franti barese. Adesso, mentre Fantantonio
giovedì 28 aprile 2011
Il mediocre valzer della panchina bianconera
Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Delneri... Tutti bruciati dopo una stagione eccenzion fatta per il tecnico romano, esonerato a 3 giornate dal termine del suo secondo campionato sulla panchina bianconera. L’attuale allenatore friulano sembra avere il destino già segnato a causa della mancata qualificazione in Champions. Il prossimo allenatore da esonerare sarà forse Roberto Mancini? Leggendo i principali siti e quotidiani d’informazione sportiva sembrerebbe di si. L’ex calciatore doriano sarebbe il primo grande investimento da parte della nuova dirigenza Juventina su di un allenatore. Perchè Deschamps era stato scelto più per la sua disponibilità ad allenare in B ed in C piuttosto che per le sue capacità, Ranieri era un allenatore di esperienza internazionale ma con un palmares da “zeru tituli”, Ferrara era una scomessa (persa?), Zaccheroni un tappabuchi e Delneri l’uomo del 4-4-2 e del 4° posto sicuro. Dopo questa lunga serie di fallimenti la società decide di puntare su di un allenatore considerato di altissimo livello. Infatti Roberto Mancini, benché giovane, può già vantare svariate Coppe Italia ed un paio di scudetti contestati ed ha un ingaggio da grandissimo allenatore. Dimenticando il fatto che il Mancio è un antijuventino di ferro ed è stato tra i principali accusatori della Juventus di Moggi, il problema reale è che in campo ci vanno i giocatori e sono loro a fare la differenza. La Juventus attuale ha una rosa mediocre. Nemmeno il miglior Capello avrebbe ottenuto risultati migliori di Delneri con questo materiale umano. Se Motta non è capace di chiudere una diagonale, se Grygera si lascia dribblare da chiunque, se Grosso è finito, se Felipe Melo è nevrotico, se Del Piero va per i 37 anni, se Buffon è più concentrato sulla Seredova che sul campo, se Pepe è impreciso (per usare un eufemismo), se Traore non sa crossare, se Iaquinta è sempre infortunato e così via... che colpe ne ha l’allenatore? Andrea Agnelli, Blanc e Marotta dovrebbero rendersi conto che con pochi giocatori buoni, nessun campione e molti calciatori normali non si va tanto lontano. La differenza la fanno i campioni e questa Juve non ne ha. Quella di Capello, che era fortissima indipendentemente da calciopoli, ne poteva schierare 2 o 3 per reparto: Buffon, Cannavaro, Thuram, Zambrotta, Nedved, Camoranesi, Emerson, Vieira, Mutu, Del Piero, Trezeguet ed Ibrahimovic. Per risollevare la Vecchia Signora dall’abisso in cui è caduta servono urgentemente grandi campioni del calibro di Cristiano Ronaldo, Messi, Rooney, Robben o Torres. Ma per comprarli servono soldi, tanti soldi. E questa Juve ne ha?! Oppure bisogna investire sui giovani e scoprire i futuri campioni. Ma per farlo servono pazienza, conoscenza e competenza. E questa Juve ne ha?! Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Delneri e Mancini più che dei mediocri allenatori sembrano essere il capro espiatorio dell’incompetenza societaria.
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