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mercoledì 16 maggio 2012
Il saluto di Del Piero
C'è un video della redazione di Sky Sport che sta facendo il giro della rete e dei social network: è un montato dell'ultima giornata di Alessandro Del Piero in mezzo alla sua gente, a Torino.
Cielo grigio, occhi che brillano, una mano che saluta e, in sottofondo, la melodia di Francesco De Gregori: "E il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai. Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai". E dalla stessa parte i tifosi della Juve troveranno, sempre e per sempre, Alessandro Del Piero, il capitano di 703 battaglie.
Lo troveranno chino a raccogliere sciarpe bianconere che piovono dalla curva e dalle tribune come lacrime di stoffa. Tante lacrime e un sorriso, quello del Capitano, che non cede alla malinconia. Composto, come sempre. I suoi saluti con le mani rivolti agli spalti dello Juventus Stadium sono tante ideali pacche sulle spalle a chi piange inconsolabile.
Sono davvero molti i tifosi ad arrendersi alla commozione, con il fragore degli applausi come unica colonna sonora di un perfetto melodramma. Il bianco e il nero che si fondono, impastati dalle lacrime, in un grigio struggente che richiama il cielo su Torino. Il momento è irripetibile. Unico e universale.
Anche gli ultrà più accaniti, i più tatuati e con lo sguardo da duri, non riescono a smettere di piangere. “Un capitano, c'è solo un capitano”... Giovani e meno giovani, che però tornano bambini. Piangono per un gioco, sentono che qualcuno, un adulto più concreto e dislilluso di loro, gli sta sottraendo il giocattolo da sotto il naso, dopo che per 19 lunghi anni era stato il loro più fedele compagno di giochi.
C'è un senso di impotenza in quelle sciarpe lanciate verso il prato. L'ultimo saluto a Del Piero, che si avvicina a passi regolari verso il suo pubblico, mentre la partita va avanti ma il mondo intero si ferma e si perde in un sorriso e un inchino. L'ultimo.
giovedì 9 febbraio 2012
IL SENSO DI DEL PIERO PER LA JUVE
C'è un'immagine della serata di ieri che rimarrà scolpita nella memoria di tutti i tifosi juventini, forse ancora più della splendida doppietta del rientrante Martin Caceres. Se la porteranno dietro a lungo e forse sarà il simbolo di questo nuovo corso, che somma la grinta e la ferocia agonistica di oggi con la classe e la juventinità di ieri. Stiamo parlando dell'abbraccio festante con cui Ale Del Piero corre incontro a mister Conte al momento del vantaggio bianconero, una decina di minuti dopo essere stato sostituito.
Non è un abbraccio di circostanza. È sentito, sincero. Del Piero non sta più nella pelle, sorride felice, salta come un grillo perché vincere a San Siro ha un sapore troppo speciale dopo le sofferenze e i patimenti delle ultime due stagioni. Così speciale da soffocare anche la delusione per una sostituzione forse immeritata, specie considerando il poco spazio concesso al capitano quest'anno.
Sarebbe facile fare i capricci se ti chiami Alessandro Del Piero, hai 37 anni, segnato la bellezza di 286 gol, sei amato, idolatrato e acclamato da ogni singolo tifoso di una squadra che vanta milioni di supporter sparsi in ogni parte del pianeta. Hai praticamente un esercito da scatenare, basterebbe un gesto, uno sbuffo, un “vaffa” e alle prime difficoltà la tifoseria si schiererebbe contro Antonio Conte e a favore del suo capitano. Eppure questi gesti non arrivano. Non sono mai arrivati, anche se quest'anno per Ale è tutto più difficile fin da quando, nemmeno troppo elegantemente, Andrea Agnelli ricordò all'assemblea degli azionisti come questa sarebbe stata l'ultima stagione del capitano.
E' davvero tanta la forza di Del Piero nell'universo-Juve, il suo peso specifico. Un impatto dirompente costruito a suon di affetto e di gol, ma anche di stile, rispetto, eleganza e poesia. Un legame viscerale che in 19 anni non si è mai interrotto, nemmeno quando dopo l'infortunio Ale faticava non poco a ritrovare la condizione e lo scatto dei tempi migliori. Mai un fischio, mai una contestazione. E non avrebbe potuto essere altrimenti. Un cavaliere non lascia mai la sua signora, recitava uno slogan dopo un tormentato rinnovo contrattuale anni fa, e allo stesso modo una signora non lascia mai il suo cavaliere.
Ecco perché ad oggi, 19 anni dopo, basterebbe una smorfia carpita dalle telecamere, una mezza frasetta polemica buttata lì in pasto ai cronisti e subito i media si scatenerebbero in sondaggi, tormentoni, dibattiti che probabilmente vedrebbero Ale vincente nell'agone mediatico. Eppure i capricci Del Piero non li fa. La delusione personale è ricacciata in gola da un urlo di gioia per il bene collettivo.
Con l'immagine di ieri possiamo finalmente riempire di significato la frase fatta pronunciata da tanti calciatori come un vuoto ritornello senza valore: “L'importante è la squadra”. Per Del Piero l'importante, il bene primario, è davvero la Juve, la sua signora. L'abbraccio con il suo ex compagno di battaglie Antonio Conte ha quindi una sua valenza simbolica, forse anche superiore ai gol. Quelli vanno e vengono, torneranno, ma l'immagine di ieri resterà a lungo.
Nella nuova Juve, ancora una volta, Del Piero c'è.
Non è un abbraccio di circostanza. È sentito, sincero. Del Piero non sta più nella pelle, sorride felice, salta come un grillo perché vincere a San Siro ha un sapore troppo speciale dopo le sofferenze e i patimenti delle ultime due stagioni. Così speciale da soffocare anche la delusione per una sostituzione forse immeritata, specie considerando il poco spazio concesso al capitano quest'anno.
Sarebbe facile fare i capricci se ti chiami Alessandro Del Piero, hai 37 anni, segnato la bellezza di 286 gol, sei amato, idolatrato e acclamato da ogni singolo tifoso di una squadra che vanta milioni di supporter sparsi in ogni parte del pianeta. Hai praticamente un esercito da scatenare, basterebbe un gesto, uno sbuffo, un “vaffa” e alle prime difficoltà la tifoseria si schiererebbe contro Antonio Conte e a favore del suo capitano. Eppure questi gesti non arrivano. Non sono mai arrivati, anche se quest'anno per Ale è tutto più difficile fin da quando, nemmeno troppo elegantemente, Andrea Agnelli ricordò all'assemblea degli azionisti come questa sarebbe stata l'ultima stagione del capitano.
E' davvero tanta la forza di Del Piero nell'universo-Juve, il suo peso specifico. Un impatto dirompente costruito a suon di affetto e di gol, ma anche di stile, rispetto, eleganza e poesia. Un legame viscerale che in 19 anni non si è mai interrotto, nemmeno quando dopo l'infortunio Ale faticava non poco a ritrovare la condizione e lo scatto dei tempi migliori. Mai un fischio, mai una contestazione. E non avrebbe potuto essere altrimenti. Un cavaliere non lascia mai la sua signora, recitava uno slogan dopo un tormentato rinnovo contrattuale anni fa, e allo stesso modo una signora non lascia mai il suo cavaliere.
Ecco perché ad oggi, 19 anni dopo, basterebbe una smorfia carpita dalle telecamere, una mezza frasetta polemica buttata lì in pasto ai cronisti e subito i media si scatenerebbero in sondaggi, tormentoni, dibattiti che probabilmente vedrebbero Ale vincente nell'agone mediatico. Eppure i capricci Del Piero non li fa. La delusione personale è ricacciata in gola da un urlo di gioia per il bene collettivo.
Con l'immagine di ieri possiamo finalmente riempire di significato la frase fatta pronunciata da tanti calciatori come un vuoto ritornello senza valore: “L'importante è la squadra”. Per Del Piero l'importante, il bene primario, è davvero la Juve, la sua signora. L'abbraccio con il suo ex compagno di battaglie Antonio Conte ha quindi una sua valenza simbolica, forse anche superiore ai gol. Quelli vanno e vengono, torneranno, ma l'immagine di ieri resterà a lungo.
Nella nuova Juve, ancora una volta, Del Piero c'è.
venerdì 15 luglio 2011
Somme di mezza estate
A metà luglio possiamo considerarci a metà mercato estivo e quando si arriva al giro di boa, si sa, è importante tirare le prime (affrettate) somme.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.
Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.
La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.
L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.
Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.
La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.
L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.
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martedì 12 luglio 2011
Cannavaro anzi Kannavaro
Il Polpo si indigna e si arrabbia per la memoria a breve termine degli appassionati di calcio italiani e vuole rendere omaggio a Cannavaro che ha annunciato il proprio ritiro dai campi da calcio.
È vero che Fabio Cannavaro giocava a Dubai in un campionato per pensionati solo perché lo ricoprivano d’oro. È vero che è uscito il suo nome in un’indagine a Napoli sulla camorra. È vero che è stato schierato titolare nell’ultimo disastroso mondiale per un debito di riconoscenza di Lippi nei suoi confronti. È vero che Cannavaro è andato via dalla Juve come un vero traditore e ci è tornato perché non aveva nessuna offerta migliore. È vero che da quando è andato a giocare al Real Madrid le sue prestazioni non sono più state all’altezza della sua fama. È vero che in conferenza stampa durante calciopoli difese a spada tratta Moggi ed il suo operato. È vero che si è filmato mentre si faceva una flebo fingendo di doparsi... Ma ricordarsi di Fabio Cannavaro solo per questi fatti sarebbe riduttivo e soprattutto ingiusto nei confronti di quello che è stato uno dei marcatori centrali più forti della storia del calcio ed un grande uomo.
Infatti è altrettanto vero che Fabio Cannavaro da Napoli, fratello maggiore di Paolo, è un pezzo fondamentale della nostra storia calcistica. È vero che Cannavaro a soli 25 anni ha fatto parte con Thuram e Buffon della più forte difesa del Parma di tutti i tempi. È vero che ha un’associazione di beneficenza in coppia con Ferrara che si occupa dei giovani napoletani disagiati. È vero che all’Inter ebbe due stagioni di appannamento ma quando passò alla Juve di Capello fu assolutamente insuperabile per 2 anni. È vero che è stato il Capitano ed autentico trascinatore della Nazionale Azzurra Campione del Mondo e non concesse nemmeno un gol su azione agli avversari. È vero che è il giocatore con più presenze in Nazionale (136) ed il Capitano che ha indossato la fascia più a lungo (79 volte). È vero che è stato l’unico difensore italiano a vincere Pallone d’Oro e FIFA World Player.
Adesso che Fabio si ritira, il Polpo si ricorda di lui come il Kannavaro (cit. telecronaca di Caressa) dei gloriosi mondiali di Germania 2006. Quel fantastico difensore centrale capace di fermare indistintamente Asamoah Gyan, Milan Barros, Andrey Shevchenko, Lucas Podolsky, Miroslav Klose, Thierry Henri e David Trezeguet.
Quel giocatore straordinario che diede la sicurezza a Materazzi di diventare un impeccabile marcatore e la tranquillità a Barzagli di blindare la difesa in emergenza. E poi fu capace di ribaltare l’azione da difensiva in offensiva bloccando l’ultimo disperato attaco tedesco e mandando in rete Del Piero al 122’ della storica semifinale contro i padroni di casa.
Il Polpo non cancellerà mai dalla sua memoria l’immagine di Cannavaro che alza, fiero, la quarta Coppa del mondo azzurra sotto il cielo di Berlino.
È vero che Fabio Cannavaro giocava a Dubai in un campionato per pensionati solo perché lo ricoprivano d’oro. È vero che è uscito il suo nome in un’indagine a Napoli sulla camorra. È vero che è stato schierato titolare nell’ultimo disastroso mondiale per un debito di riconoscenza di Lippi nei suoi confronti. È vero che Cannavaro è andato via dalla Juve come un vero traditore e ci è tornato perché non aveva nessuna offerta migliore. È vero che da quando è andato a giocare al Real Madrid le sue prestazioni non sono più state all’altezza della sua fama. È vero che in conferenza stampa durante calciopoli difese a spada tratta Moggi ed il suo operato. È vero che si è filmato mentre si faceva una flebo fingendo di doparsi... Ma ricordarsi di Fabio Cannavaro solo per questi fatti sarebbe riduttivo e soprattutto ingiusto nei confronti di quello che è stato uno dei marcatori centrali più forti della storia del calcio ed un grande uomo.
Infatti è altrettanto vero che Fabio Cannavaro da Napoli, fratello maggiore di Paolo, è un pezzo fondamentale della nostra storia calcistica. È vero che Cannavaro a soli 25 anni ha fatto parte con Thuram e Buffon della più forte difesa del Parma di tutti i tempi. È vero che ha un’associazione di beneficenza in coppia con Ferrara che si occupa dei giovani napoletani disagiati. È vero che all’Inter ebbe due stagioni di appannamento ma quando passò alla Juve di Capello fu assolutamente insuperabile per 2 anni. È vero che è stato il Capitano ed autentico trascinatore della Nazionale Azzurra Campione del Mondo e non concesse nemmeno un gol su azione agli avversari. È vero che è il giocatore con più presenze in Nazionale (136) ed il Capitano che ha indossato la fascia più a lungo (79 volte). È vero che è stato l’unico difensore italiano a vincere Pallone d’Oro e FIFA World Player.
Adesso che Fabio si ritira, il Polpo si ricorda di lui come il Kannavaro (cit. telecronaca di Caressa) dei gloriosi mondiali di Germania 2006. Quel fantastico difensore centrale capace di fermare indistintamente Asamoah Gyan, Milan Barros, Andrey Shevchenko, Lucas Podolsky, Miroslav Klose, Thierry Henri e David Trezeguet.
Quel giocatore straordinario che diede la sicurezza a Materazzi di diventare un impeccabile marcatore e la tranquillità a Barzagli di blindare la difesa in emergenza. E poi fu capace di ribaltare l’azione da difensiva in offensiva bloccando l’ultimo disperato attaco tedesco e mandando in rete Del Piero al 122’ della storica semifinale contro i padroni di casa.
Il Polpo non cancellerà mai dalla sua memoria l’immagine di Cannavaro che alza, fiero, la quarta Coppa del mondo azzurra sotto il cielo di Berlino.
sabato 2 luglio 2011
Quando “non emergono fattispecie disciplinari non prescritte”
Prescrizione è un termine particolarmente inflazionato negli ultimi anni. A volte ingenuamente confuso con l’assoluzione piena (Tg1 docet), significa che un processo muore prima che possa essere effettuata una corretta diagnosi della malattia per mancanza di tempo: scaduti i termini previsti senza che si sia arrivati a una soluzione nel merito, si è costretti a buttare nel cestino centinaia di migliaia di faldoni, carte e cartacce. Cos’è avvenuto ieri? Anche il mondo del pallone ha avuto la sua bella razione di “prescrizioni”: a seguito dell’esposto presentato dalla Juve poco più di un anno fa, che poggiava sulle nuove telefonate tra Facchetti, Moratti, Bergamo e Pairetto emerse nell’inchiesta penale e parallela di Napoli, il procuratore federale Stefano Palazzi ha deciso di archiviare le posizioni dei vertici nerazzurri. Archiviazione in quanto secondo Palazzi “non sono emerse fattispecie disciplinari non prescritte”…
Ma che significa questa doppia negazione (“non” … “non”) un po’ confusa? Semplicemente che, anche ove le telefonate di Giacinto Facchetti e Massimo Moratti con Bergamo, Pairetto e De Santis avessero integrato delle condotte illecite, queste non potrebbero più essere utilizzate oggi perché sono passati troppi anni (nel codice di giustizia sportiva in vigore ai tempi di Calciopoli la prescrizione scattava dopo 2 anni per le società e dopo 4 anni per i dirigenti, dunque comunque la si veda oggi è troppo tardi).
Sembra quasi sadica la formuletta adottata da Palazzi: per ora vi dico che le responsabilità dei nerazzurri sono archiviate, ma… chissà, forse solo perché è passato troppo tempo da quando quelle parole furono pronunciate, o forse le conversazioni in questione sarebbero state comunque irrilevanti dal punto di vista disciplinare, chissà…
Rimane, messa una pietra sopra sul processo sportivo, l’annosa questione dell’assegnazione del titolo 2005-2006: se i fatti commessi da Moratti & C. fossero (nonostante la prescrizione) disciplinarmente rilevanti, il Consiglio federale non potrà non tenerne conto. E per saperlo occorre attendere le motivazioni di Palazzi.
Tutto verrà deciso il 18 luglio, dopo che il consiglio federale (composto tra gli altri da Gianni Rivera, Roberto Baggio, Renzo Ulivieri, Damiano Tommasi e alcuni presidenti di serie A) avrà avuto il tempo di sviscerare le motivazioni della sentenza di Palazzi, che saranno depositate martedì prossimo.
Per ora, rimaniamo appesi alla mancata emersione di “fattispecie disciplinari non prescritte”…
Ma che significa questa doppia negazione (“non” … “non”) un po’ confusa? Semplicemente che, anche ove le telefonate di Giacinto Facchetti e Massimo Moratti con Bergamo, Pairetto e De Santis avessero integrato delle condotte illecite, queste non potrebbero più essere utilizzate oggi perché sono passati troppi anni (nel codice di giustizia sportiva in vigore ai tempi di Calciopoli la prescrizione scattava dopo 2 anni per le società e dopo 4 anni per i dirigenti, dunque comunque la si veda oggi è troppo tardi).
Sembra quasi sadica la formuletta adottata da Palazzi: per ora vi dico che le responsabilità dei nerazzurri sono archiviate, ma… chissà, forse solo perché è passato troppo tempo da quando quelle parole furono pronunciate, o forse le conversazioni in questione sarebbero state comunque irrilevanti dal punto di vista disciplinare, chissà…
Rimane, messa una pietra sopra sul processo sportivo, l’annosa questione dell’assegnazione del titolo 2005-2006: se i fatti commessi da Moratti & C. fossero (nonostante la prescrizione) disciplinarmente rilevanti, il Consiglio federale non potrà non tenerne conto. E per saperlo occorre attendere le motivazioni di Palazzi.
Tutto verrà deciso il 18 luglio, dopo che il consiglio federale (composto tra gli altri da Gianni Rivera, Roberto Baggio, Renzo Ulivieri, Damiano Tommasi e alcuni presidenti di serie A) avrà avuto il tempo di sviscerare le motivazioni della sentenza di Palazzi, che saranno depositate martedì prossimo.
Per ora, rimaniamo appesi alla mancata emersione di “fattispecie disciplinari non prescritte”…
lunedì 27 giugno 2011
Marotta e la sindrome della bella addormentata nel bosco
Dopo circa un mesetto di noioso calciomercato la Juventus ha ufficialmente comprato solo Pirlo (a parametro zero), i due terzini svizzeri, Ziegler e Lichtsteiner e cambiato l’ennesimo allenatore. Di questi tempi un anno fa le cose non erano molto diverse... Reduci da una stagione al di sotto delle attese (molto al di sotto) Marotta cambiava l’allenatore, da Zaccheroni a Delneri, e aveva già messo a segno i colpi (e che colpi) Pepe, Bonucci e Martinez. Poi passò tutta l’Estate ad inseguire grandi campioni, Dzeko su tutti, per concludere con la cessione della stella (spentissima) Diego proprio al Wolsburg del bosniaco ed acquistando sul filo del rasoio Krasic ed in modo assolutamente casuale e rocambolesco Quagliarella. Marotta si addormentò nell’aspro ed inaccogliente bosco del calciomercato estivo e si svegliò di soprassalto a tre giorni della chiusura con il troll Galliani che comprava Ibrahimovic e Robinho, il folletto Pradè che gli soffiava Borriello e allora cercò di chiudere delle trattative un po’ a casaccio come quella di Di Natale, fallita, e quella di Rinaudo, sciaguratamente riuscita. Poi la stagione è andata come tutti sappiamo...
Adesso sentiamo continuamente parlare di grandi colpi che cambiarenno il volto (grigio) della squadra come Aguero, Tevez, Higuain, Rossi, Sanchez, Pastore ma di trattative concrete poche. Marotta ha atteso di conoscere con certezza la portata del budget messogli a disposizione dalla proprietà. Conferma arrivata col CDA e con la conseguente ricapitalizzazione della scorsa settimana. Ora il Direttore non ha più scuse. I soldi ci sono e anche la disponibilità, almeno da parte di alcuni, dei campioni sopracitati di trasferirsi all’ombra della Mole. Auguriamoci che il Presidente Agnelli si sia preso la briga di regalare al Direttore Generale, oltre ai ben noti 120 milioni di Euro, una piccola sveglia in modo tale dal tenerlo ben sveglio per tutto l’arco del mercato e per evitare un altro caso di bella addormentata nel bosco e per tenere a bada le fatine, i troll ed i folletti che lo abitano con le disastrose conseguenze dell’anno passato.
Adesso sentiamo continuamente parlare di grandi colpi che cambiarenno il volto (grigio) della squadra come Aguero, Tevez, Higuain, Rossi, Sanchez, Pastore ma di trattative concrete poche. Marotta ha atteso di conoscere con certezza la portata del budget messogli a disposizione dalla proprietà. Conferma arrivata col CDA e con la conseguente ricapitalizzazione della scorsa settimana. Ora il Direttore non ha più scuse. I soldi ci sono e anche la disponibilità, almeno da parte di alcuni, dei campioni sopracitati di trasferirsi all’ombra della Mole. Auguriamoci che il Presidente Agnelli si sia preso la briga di regalare al Direttore Generale, oltre ai ben noti 120 milioni di Euro, una piccola sveglia in modo tale dal tenerlo ben sveglio per tutto l’arco del mercato e per evitare un altro caso di bella addormentata nel bosco e per tenere a bada le fatine, i troll ed i folletti che lo abitano con le disastrose conseguenze dell’anno passato.
mercoledì 25 maggio 2011
Maronna che finale
Ed alla fine tutto è bene quel che finisce bene.
E come nei migliori film prodotti dalla Filmauro Walter Mazzarri ed il Presidente Aurelio De Laurentiis hanno trovato un accordo per proseguire il rapporto. Mazzarri sarà ancora l’allenatore del Napoli per la prossima stagione. Ma il bello è che il contratto del phonatissimo mister scade alla fine del campionato 2011-2012. Ma allora perchè si è creato questo caso che ha gettato un’ombra sul buon finale di campionato degli azzurri? Tutta la Piazza napoletana è entusiasta dell’ottimo lavoro condotto dal grintoso tecnico di San Vincenzo che è riuscito a portare una discreta squadra ai vertici della Serie A ed a conquistare una qualificazione in Champions che mancava dai tempi dell’indimenticato Maradona. Ma allora perchè c’erano dubbi sulla sua permanenza alla guida della squadra partenopea? Il Polpo credo che il buon Mourinho abbia fatto scuola... Vi ricordate quando al termine del suo primo (positivo) campionato sulla panchina nerazzurra il tecnico portoghese si dichiarava scettico sulle sue possibilità di permanenza all’Inter nonostante avesse un contratto triennale? Alla fine Mourinho vinse lo scudetto ed un cospicuo aumento di ingaggio da parte del solito allocco Moratti. Il Polpo ritiene che Mazzarri sia un grande tecnico, sicuramente uno dei migliori tra gli emergenti. Ha centrato una promozione in Serie A col Livorno dopo 55 anni, ha salvato la Reggina a più riprese nonostante le continue cessioni del Presidente Foti ed una pesante penalità di punti, è riuscito a far ragione Cassano (che forse è la sua impresa più grande) e ha portato la Samp in Uefa. Ma soprattutto è un grande opportunista!
Secondo il Polpo Mazzarri, abilmente consigliato dal suo procuratore, ha capito che una stagione come quella appena trascorsa doveva essere monetizzata nel migliore dei modi. Allora gli si sono aperte due strade: cambiare panchina a favore di una più prestigiosa, quindi più remunerativa, oppure pretendere un dovuto ritocco dell’ingaggio. Walter ha iniziato un antipatico tira e molla con la società in cui non si dichiarava più sicuro di proseguire la sua avventura alla guida del Napoli. “Certi discorsi si fanno solo a fine stagione”, “bisogna vedere se ci sono ancora i presupposti per andare avanti”. Mazzarri, vista la disastrosa stagione della Juventus ed il sicuro siluramento del suo tecnico, ha sperato di potere compiere il salto di qualità accasandosi sulla panchina bianconera e guadagnando uno stipendio da top manager che a Torino, di questi tempi, non si rifiuta a nessuno e salutare Napoli e la Champions. Permettete al cefalopode di dire che non capisce perchè la Juventus sia considerata una squadra superiore al Napoli se negli ultimi 2 campionati le è finita puntualmente alle spalle?! Però quei drittoni di Agnelli e Marotta hanno scelto di sostituire Delneri con Antonio Conte con buona pace dell’ex fantasista della Fiorentina. A questo punto, Mazzarri ed il suo entourage si sono trovati costretti ad un dietro front ed a cambiare atteggiamente nei confronti della squadra partenopea e del suo presidente narcisista. Le dichiarazioni hanno iniziato a cambiare registro: “non ho mai detto di volere andare via da Napoli”, “sono disposto a rimanere”. Puntualmente tra lunedì e martedì Mazzarri e De Laurentis si sono incontrati ed hanno deciso di continuare il loro rapporto di lavoro. Adesso è ovvio che tutti i tifosi azzurri siano molto felici della conferma del bravissimo tecnico toscano ma almeno il Polpo chiede di non parlargli di sentimenti e di amore perchè in questa storia col lieto fine l’amore ed i buoni sentimenti c’entrano davvero poco!
THE END
FILMAURO PRODUCTION
E come nei migliori film prodotti dalla Filmauro Walter Mazzarri ed il Presidente Aurelio De Laurentiis hanno trovato un accordo per proseguire il rapporto. Mazzarri sarà ancora l’allenatore del Napoli per la prossima stagione. Ma il bello è che il contratto del phonatissimo mister scade alla fine del campionato 2011-2012. Ma allora perchè si è creato questo caso che ha gettato un’ombra sul buon finale di campionato degli azzurri? Tutta la Piazza napoletana è entusiasta dell’ottimo lavoro condotto dal grintoso tecnico di San Vincenzo che è riuscito a portare una discreta squadra ai vertici della Serie A ed a conquistare una qualificazione in Champions che mancava dai tempi dell’indimenticato Maradona. Ma allora perchè c’erano dubbi sulla sua permanenza alla guida della squadra partenopea? Il Polpo credo che il buon Mourinho abbia fatto scuola... Vi ricordate quando al termine del suo primo (positivo) campionato sulla panchina nerazzurra il tecnico portoghese si dichiarava scettico sulle sue possibilità di permanenza all’Inter nonostante avesse un contratto triennale? Alla fine Mourinho vinse lo scudetto ed un cospicuo aumento di ingaggio da parte del solito allocco Moratti. Il Polpo ritiene che Mazzarri sia un grande tecnico, sicuramente uno dei migliori tra gli emergenti. Ha centrato una promozione in Serie A col Livorno dopo 55 anni, ha salvato la Reggina a più riprese nonostante le continue cessioni del Presidente Foti ed una pesante penalità di punti, è riuscito a far ragione Cassano (che forse è la sua impresa più grande) e ha portato la Samp in Uefa. Ma soprattutto è un grande opportunista!
Secondo il Polpo Mazzarri, abilmente consigliato dal suo procuratore, ha capito che una stagione come quella appena trascorsa doveva essere monetizzata nel migliore dei modi. Allora gli si sono aperte due strade: cambiare panchina a favore di una più prestigiosa, quindi più remunerativa, oppure pretendere un dovuto ritocco dell’ingaggio. Walter ha iniziato un antipatico tira e molla con la società in cui non si dichiarava più sicuro di proseguire la sua avventura alla guida del Napoli. “Certi discorsi si fanno solo a fine stagione”, “bisogna vedere se ci sono ancora i presupposti per andare avanti”. Mazzarri, vista la disastrosa stagione della Juventus ed il sicuro siluramento del suo tecnico, ha sperato di potere compiere il salto di qualità accasandosi sulla panchina bianconera e guadagnando uno stipendio da top manager che a Torino, di questi tempi, non si rifiuta a nessuno e salutare Napoli e la Champions. Permettete al cefalopode di dire che non capisce perchè la Juventus sia considerata una squadra superiore al Napoli se negli ultimi 2 campionati le è finita puntualmente alle spalle?! Però quei drittoni di Agnelli e Marotta hanno scelto di sostituire Delneri con Antonio Conte con buona pace dell’ex fantasista della Fiorentina. A questo punto, Mazzarri ed il suo entourage si sono trovati costretti ad un dietro front ed a cambiare atteggiamente nei confronti della squadra partenopea e del suo presidente narcisista. Le dichiarazioni hanno iniziato a cambiare registro: “non ho mai detto di volere andare via da Napoli”, “sono disposto a rimanere”. Puntualmente tra lunedì e martedì Mazzarri e De Laurentis si sono incontrati ed hanno deciso di continuare il loro rapporto di lavoro. Adesso è ovvio che tutti i tifosi azzurri siano molto felici della conferma del bravissimo tecnico toscano ma almeno il Polpo chiede di non parlargli di sentimenti e di amore perchè in questa storia col lieto fine l’amore ed i buoni sentimenti c’entrano davvero poco!
THE END
FILMAURO PRODUCTION
martedì 24 maggio 2011
Conte per ripartire
Sembra ormai chiaro a tutti che Antonio Conte sarà il prossimo allenatore della Juventus. Dopo Mister Good Morning dopo 3 anni alla guida del Chelsea (Ranieri), dopo l’ex vecchia gloria bianconera troppo bbuona (Ferrara) ma non altezza della situazione, dopo il primo allenatore libero con la passione per il 3-4-3 (Zaccheroni), dopo l’allenatore di provincia con un baffo che sembrava adatto ad una grande squadra (Delneri), dopo tutti questi fallimenti il club bianconero si mette nelle mani dell’allenatore giovane ed emergente con qualche buon risultato dalla sua parte ed una profonda conoscenza della società torinese.
Vediamolo dunque il suo curriculum da calciatore e da allenatore.
Conte inizia la carriera da calciatore nella sua Lecce ma è nel ’91, quando si trasferisce a Torino per giocare con la casacca bianconera numero 8, che compie il definitivo salto di qualità grazie ad un certo Trap che crede ciecamente nei suoi mezzi. Antonio è un centrocampista di carattere, un leader in campo, capace di giocare sia da mediano sia da interno nei 3 di centrocampo, sia da incursore offensivo. Una delle sue qualità migliori è il senso del gol. Conte ne realizzerà ben 29 in 269 partite con la maglia a righe della Juventus, la sua squadra del cuore. Il ragazzo è un vincente. Lo dimostra il suo ricchissimo palmarès: 5 Scudetti, 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe Europee, 1 Coppa Uefa, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intercontinentale ed 1 Intertoto. Dopo la cessione di Peruzzi e prima dell’investitura di Del Piero, Conte sarà il capitano della Juventus.Come allenatore Conte conta su 2 promozioni in Serie A con il Bari, che un per leccese doc come lui vale quasi come un fallimento, e quella freschissima col Siena. Raffinano il suo curriculum post calciatore l’indimenticabile rissa col Bocia, nella sua breve parentesi alla guida dell’Atalanta, il coraggioso trapianto di capelli (avvenuto ben prima che qualcun altro con la bandana ci pensasse) ed una laurea.Si aspetta la fine del campionato di Serie B per ufficializzare il passaggio del tecnico dal bianconero senese a quello piemontese ma pare che stia già lavorando con la società per ricostruire una grande Juventus. Conte predica un gioco spregiudicato. E’ abituato a giocare con un 4-4-2 con gli esterni molto offensivi che si trasforma facilmente in un 4-2-4. Pare che abbia avvallato l’acquisto a parametro zero di Pirlo e abbia chiesto un’ala sinistra di livello assoluto come il francese Ribery. I tifosi juventini si augurano che la società saprà accontentare le richieste dell’allenatore per evitare casi come quelli di Poulsen al posto di Xabi Alonso per risparmiare una manciata di milioni...A differenza di Ferrara, Conte avrà meno ex compagni con cui fare i conti. Infatti nell’attuale rosa il neo tecnico ha giocato solo con Del Piero e Buffon. Però siamo sicuri che Antonio, aiutato dal suo carattere capelliano, saprà gestire con forza lo spogliatoio.Sia da calciatore che da allenatore Conte ha sempre saputo cosa voleva. E’ ambizioso e non lo nasconde tanto che durante sua prima esperienza su una panchina professionistica (Arezzo 2006) dichiarò senza diplomazia: “se nel giro di 3 anni non allenerò la Juventus mi ritiro”. Certo, se fosse anche coerente, avrebbe appeso il taccuino al chiodo da un paio di stagioni.
Vediamolo dunque il suo curriculum da calciatore e da allenatore.
Conte inizia la carriera da calciatore nella sua Lecce ma è nel ’91, quando si trasferisce a Torino per giocare con la casacca bianconera numero 8, che compie il definitivo salto di qualità grazie ad un certo Trap che crede ciecamente nei suoi mezzi. Antonio è un centrocampista di carattere, un leader in campo, capace di giocare sia da mediano sia da interno nei 3 di centrocampo, sia da incursore offensivo. Una delle sue qualità migliori è il senso del gol. Conte ne realizzerà ben 29 in 269 partite con la maglia a righe della Juventus, la sua squadra del cuore. Il ragazzo è un vincente. Lo dimostra il suo ricchissimo palmarès: 5 Scudetti, 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe Europee, 1 Coppa Uefa, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intercontinentale ed 1 Intertoto. Dopo la cessione di Peruzzi e prima dell’investitura di Del Piero, Conte sarà il capitano della Juventus.Come allenatore Conte conta su 2 promozioni in Serie A con il Bari, che un per leccese doc come lui vale quasi come un fallimento, e quella freschissima col Siena. Raffinano il suo curriculum post calciatore l’indimenticabile rissa col Bocia, nella sua breve parentesi alla guida dell’Atalanta, il coraggioso trapianto di capelli (avvenuto ben prima che qualcun altro con la bandana ci pensasse) ed una laurea.Si aspetta la fine del campionato di Serie B per ufficializzare il passaggio del tecnico dal bianconero senese a quello piemontese ma pare che stia già lavorando con la società per ricostruire una grande Juventus. Conte predica un gioco spregiudicato. E’ abituato a giocare con un 4-4-2 con gli esterni molto offensivi che si trasforma facilmente in un 4-2-4. Pare che abbia avvallato l’acquisto a parametro zero di Pirlo e abbia chiesto un’ala sinistra di livello assoluto come il francese Ribery. I tifosi juventini si augurano che la società saprà accontentare le richieste dell’allenatore per evitare casi come quelli di Poulsen al posto di Xabi Alonso per risparmiare una manciata di milioni...A differenza di Ferrara, Conte avrà meno ex compagni con cui fare i conti. Infatti nell’attuale rosa il neo tecnico ha giocato solo con Del Piero e Buffon. Però siamo sicuri che Antonio, aiutato dal suo carattere capelliano, saprà gestire con forza lo spogliatoio.Sia da calciatore che da allenatore Conte ha sempre saputo cosa voleva. E’ ambizioso e non lo nasconde tanto che durante sua prima esperienza su una panchina professionistica (Arezzo 2006) dichiarò senza diplomazia: “se nel giro di 3 anni non allenerò la Juventus mi ritiro”. Certo, se fosse anche coerente, avrebbe appeso il taccuino al chiodo da un paio di stagioni.
mercoledì 18 maggio 2011
Arrabbiatura massimale
Rispondendo ai giornalisti ai margini della presentazione, al Salone del libro di Torino, della sua biografia “La mia vita normale” (parentesi extra calcistica: ma quanto sono belli i titoli delle autobiografie, specie quelli che iniziano con il nome dell’autore e seguono con una frase solenne dopo i due punti?! Ecco, improvvisatissima, la mia Top 3: 1- David Hasselhoff - Don't Hassel the Hoff: The Autobiography (purtroppo non ancora tradotta in italiano); 2 – Martina Colombari - La vita è Una, 3 - Roger Moore – Il mio nome è Bond), l’ex Furia Ceca dice la sua sulla patetica stagione juventina. Nedved, con il suo bel viso serio, parla già da dirigente, lancia frecciate ai giocatori, scarica l’allenatore, lamenta la mancanza di “mentalità” e poi rimandanda ogni valutazione alla fine del campionato:
Quello che più ci esalta dell’intervento di Nedved, novello scrittore, restano comunque l’orginale superlativo: “arrabiatura massimale” e la splendida figura retorica (iperbole?): "futuro nuovo". Proprio quello di cui ha bisogno la Juve.
Ottorino Maggio
Quello che più ci esalta dell’intervento di Nedved, novello scrittore, restano comunque l’orginale superlativo: “arrabiatura massimale” e la splendida figura retorica (iperbole?): "futuro nuovo". Proprio quello di cui ha bisogno la Juve.
Ottorino Maggio
martedì 17 maggio 2011
Il senso della Juventus secondo Andrea Agnelli
«C'è tanta delusione perché alla fine di questo campionato è emerso che una serie di giocatori arrivati non hanno capito cos'è la Juventus e quelli che avevamo lo hanno dimenticato».Parole sagge quelle con cui Andrea Agnelli chiude il sipario sul deludente campionato juventino. La squadra bianconera chiude la stagione avendo fallito pesantemente ogni obiettivo: 7° posto in classifica che non consente la partecipazione a nessuna coppa europea, eliminata nel girone di Europa League senza vincere una partita e fuori dalla Coppa Italia ai quarti. Dura, forse troppo, l’autocritica di Agnelli in questa dichiarazione strappatagli, sicuramente in un momento di debolezza, dagli editori del sito ufficiale bianconero.Eppure la responsabilità non è soltanto del coraggioso rampollo torinese... Va spartita tra i vari Cobolli Gigli, Jean-Claude Blanc (che probabilmente ha visto la sua prima partita di pallone il giorno dell’esordio in B della Vecchia Signora a Rimini nel settembre 2006), Secco, Marotta e Clouseau Delneri, riuscito a dare un’identità alla squadra da settembre a dicembre e poi il nulla da gennaio ad oggi. E soprattutto i giocatori, perchè lo sappiamo tutti, “alla fine in campo ci vanno loro”.Vediamoli allora questi asini che, arrivati a Torino dall’infausto 2006 ad oggi, nonostante la dedizione pedagogica, i seminari alla CEPU ed i capitali investiti dalla dirigenza bianconera, non sono mai rusciti ad afferrare l’inconfutabile concetto di Juventus: Andrade (10 milioni) che giocò a malapena 3 partite; Tiago la lavatrice (che non lava) pagato 13 milioni; Almiron, comprato per 9 milioni, ceduto 6 mesi dopo l’acquisto; la sputacchiera Poulsen (10 milioni); Martinez (12 milioni!!!), uno dei peggiori giocatori della storia bianconera; Amauri, costato ben 23 milioni, un bomber da 2 gol l’anno; Diego, astro nascente tracagnotto, strappato per 25 milioni ai migliori club europei; il mediano nevrotico Felipe Melo pagato 25 milioni... Solo per citare alcuni dei sensazionali “colpi” di mercato di Secco, Blanc e Marotta. Tutti puntualmente svalutati e ceduti sottocosto.In vista dell’ingente ricapitalizzazione appena annunciata, per il professore Agnelli, “che cos’è la Juventus” sarà la domanda da 100 milioni di Euro. Siamo sicuri che saprà rispondere? Forse non basta chiamarsi Agnelli per essere in grado di guidare la Juventus...
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sabato 14 maggio 2011
Esproprio proletario
Nel lontano 2008 il secondo governo Prodi approvava la cosiddetta "legge Melandri" sui diritti televisivi, che tra i tanti sport andava a stravolgere gli equilibri ormai consolidati anche del mondo del calcio nostrano. In sostanza si tornava alla contrattazione collettiva con una spartizione più equa dei cospicui ricavi, fino ad allora quasi esclusivamente appannaggio delle Grandi, che stabilivano individualmente il prezzo con le emittenti televisive. A quattro anni di distanza il centrosinistra è tornato mestamente laddove si trova meglio per tradizione storica e per naturale propensione masochistica, ovvero all'opposizione, ma l'ennesima legislatura sotto il segno del Cavaliere di Arcore non pare aver inciso nemmeno su questo terreno che, in quanto presidente di una delle Grandi, il Milan, avrebbe potuto interessarlo maggiormente. Invece a riprova della assoluta incapacità di governo del Cavaliere in tutti gli ambiti, la legge contestata fatta da una delle più improbabili ministre dello sport della storia repubblicana è rimasta tale e quale: perché allora se ne torna a parlare? Il fatto è che la legge prevedeva certo la contrattazione collettiva ed una spartizione più equa della torta, ma con un certo buon senso riservava una parte, il 25%, alle Grandi, nel senso che lo assegnava in base al numero di tifosi delle squadre. Qualche settimana fa le Piccole, con l'appoggio dell'assenteista presidente della lega, Beretta, ha votato la delibera che affida a tre nuove agenzie le indagini demoscopiche per stabilire il numero di tifosi di ciascuna squadra. Milan, Juve, Napoli, Inter e Roma si sono allora rivolte alla Alta Corte di Giustizia che ha per il momento bloccato il provvedimento. La spaccatura appare però grave tanto da far ricorrere ad inusuali considerazioni il sempre fuori luogo Andrea Agnelli, che addirittura ha minacciato di portare la Juve a giocare in un altro campionato. L'ad dell'Inter Paolillo dal canto suo è rimasto più sulla terra pur prospettando la possibilità che il mercato estivo delle grandi venga fatto solo tra di loro, per non dare soldi alle proletarie ribelli.
L'idea livellatrice che aveva ispirato la Melandri e che ora spinge le piccole è quella di dar vita ad un campionato più equilibrato nel quale lo strapotere economico di poche grandi società non decida già in partenza l'esito finale della competizione. Come spesso accade nella legge, che ha comunque il merito di porsi un problema reale, si mescola del buono e del cattivo: il desiderio di riequilibrare le cose tiene nel giusto conto il fatto che le grandi da sole non potrebbero giocare e che ogni anno dalle piccole prendono giocatori giovani che non avrebbero tempo di far maturare.
Accanto a questo genere di iniziativa sarebbe stato necessario però permettere ai grandi club di avere il via libera per la costruzione dei propri stadi in modo da permettere a chi investe di più di guadagnare di più per restare al passo con le maggiori squadre europee. Tutto sommato, se si guarda all'estero il nostro campionato appare ben più equilibrato e vincere per Milan, Inter e compagnia non è mai scontato; resta da vedere se perché il livello delle grandi è ormai misero (come porterebbero a pensare le figuracce europee e lo scudetto di un modesto Milan insidiato a lungo da squadre come Udinese o Napoli) o per il valore delle piccole nostrane.
Come era scontato attendersi dalle alte sfere del sport italiano (leggi l'inconfondibilmente incapace ebete/Abete) parlare di prese di posizione risulta fuori luogo, piuttosto solito invito buonista alla conciliazione. Per non parlare poi dell'esecutivo: la maggioranza, impegnatissima a sfornare leggi per il Padrone/ladrone, non ha tempo di occuparsi del futuro dei giovani e più in generale dell'economia italiana, figuriamoci se si mette a intervenire sul sempre spinoso tema calcistico, peraltro non esente da conflitto di interesse. Toccherà aspettare il prossimo ministro dello sport di centrosinistra... direi che si può aspettare con tutta calma.
Giuseppe Zerutituli
L'idea livellatrice che aveva ispirato la Melandri e che ora spinge le piccole è quella di dar vita ad un campionato più equilibrato nel quale lo strapotere economico di poche grandi società non decida già in partenza l'esito finale della competizione. Come spesso accade nella legge, che ha comunque il merito di porsi un problema reale, si mescola del buono e del cattivo: il desiderio di riequilibrare le cose tiene nel giusto conto il fatto che le grandi da sole non potrebbero giocare e che ogni anno dalle piccole prendono giocatori giovani che non avrebbero tempo di far maturare.
Accanto a questo genere di iniziativa sarebbe stato necessario però permettere ai grandi club di avere il via libera per la costruzione dei propri stadi in modo da permettere a chi investe di più di guadagnare di più per restare al passo con le maggiori squadre europee. Tutto sommato, se si guarda all'estero il nostro campionato appare ben più equilibrato e vincere per Milan, Inter e compagnia non è mai scontato; resta da vedere se perché il livello delle grandi è ormai misero (come porterebbero a pensare le figuracce europee e lo scudetto di un modesto Milan insidiato a lungo da squadre come Udinese o Napoli) o per il valore delle piccole nostrane.
Come era scontato attendersi dalle alte sfere del sport italiano (leggi l'inconfondibilmente incapace ebete/Abete) parlare di prese di posizione risulta fuori luogo, piuttosto solito invito buonista alla conciliazione. Per non parlare poi dell'esecutivo: la maggioranza, impegnatissima a sfornare leggi per il Padrone/ladrone, non ha tempo di occuparsi del futuro dei giovani e più in generale dell'economia italiana, figuriamoci se si mette a intervenire sul sempre spinoso tema calcistico, peraltro non esente da conflitto di interesse. Toccherà aspettare il prossimo ministro dello sport di centrosinistra... direi che si può aspettare con tutta calma.
Giuseppe Zerutituli
mercoledì 11 maggio 2011
Juve-Chievo: un'altra "finale" persa
“Ci restano nove partite, dobbiamo affrontarle come se fossero nove finali e vincerle”. Il refrain calcistico più inflazionato del 2011 (più finali per tutti) non ha mai portato particolarmente bene alla Juve, visto che le finali sono diventate prima otto, poi sei, cinque e così via, ma senza nessuna Coppa sollevata: solo scampoli di speranza e, in definitiva, un pugno di mosche in mano.
In barba alla scaramanzia (dopo una stagione del genere appigliarsi al soprannaturale fa sorridere) il ritornello ha comunque continuato a circolare in sala stampa, anche se le vittorie non arrivavano e le finali diminuivano inesorabilmente, come la possibilità di arrivare a giocarsi la Champions. Perfino l’altra sera, al termine dell’incubo grottesco colorato a tinte gialloblu, Gigi Delneri ha avuto la forza di sentenziare come un automa che “mancano due partite, dobbiamo fare sei punti”. Ma ci avrà creduto davvero? Sei punti per auto-condannarsi nuovamente a un preliminare di Europa League? Lo sguardo algido, battagliero e sicuro di sé non nascondeva in realtà il profondo sconcerto di un uomo che da tempo ha capito di aver sciupato la grande occasione della sua carriera, un treno che forse a 60 anni non ripasserà mai?
La gara col Chievo è sembrata per lunghi tratti del primo tempo una sgangherata esibizione tra scapoli e ammogliati, con i veronesi inizialmente timorosi oltre misura e i bianconeri quanto mai imprecisi e disordinati. Nella ripresa alla pochezza tecnica e tattica si sono aggiunte però le emozioni, in un cocktail di rara imprevedibilità. Abbiamo assistito a capovolgimenti di fronte, Buffon saltato da Pellissier a metà campo, il comico errore di Uribe (chi era costui?) e la sintesi perfetta della stagione bianconera: follia pura, limiti tecnici, crolli di personalità, ansia da prestazione (?), disordini tattici, enigmi irrisolvibili (a un certo punto Matri piazzato esterno di centrocampo, per dirne una). Una centrifuga di caos e paura che ha ingoiato la pazienza dei tifosi e fatto irrimediabilmente saltare il banco. Dal lavaggio sono usciti dei panni stinti e scoloriti, ma il rischio è che ancora una volta si cambi l’ammorbidente mantenendo la lavatrice rotta. L’anno prossimo per raggiungere la Champions occorrerà il terzo posto, dunque l’unica strada percorribile impone una massiccia immissione di liquidi nelle casse amministrate da Beppe Marotta.
Al termine del lavaggio 2010-2011 resta il monumento Del Piero. Lui non si può cancellare. Nemmeno quest’anno. Ogni sua partita è una in meno da conteggiare nel triste count-down che ci separa dal suo addio al calcio (solo italiano?). Col pareggio di lunedì ha rivolto il suo personalissimo saluto alla Coppa dalle grandi orecchie e alla sua musichetta, un palcoscenico che non calcherà più, ma che avrebbe meritato ancora una volta. L’ultima.
In barba alla scaramanzia (dopo una stagione del genere appigliarsi al soprannaturale fa sorridere) il ritornello ha comunque continuato a circolare in sala stampa, anche se le vittorie non arrivavano e le finali diminuivano inesorabilmente, come la possibilità di arrivare a giocarsi la Champions. Perfino l’altra sera, al termine dell’incubo grottesco colorato a tinte gialloblu, Gigi Delneri ha avuto la forza di sentenziare come un automa che “mancano due partite, dobbiamo fare sei punti”. Ma ci avrà creduto davvero? Sei punti per auto-condannarsi nuovamente a un preliminare di Europa League? Lo sguardo algido, battagliero e sicuro di sé non nascondeva in realtà il profondo sconcerto di un uomo che da tempo ha capito di aver sciupato la grande occasione della sua carriera, un treno che forse a 60 anni non ripasserà mai?
La gara col Chievo è sembrata per lunghi tratti del primo tempo una sgangherata esibizione tra scapoli e ammogliati, con i veronesi inizialmente timorosi oltre misura e i bianconeri quanto mai imprecisi e disordinati. Nella ripresa alla pochezza tecnica e tattica si sono aggiunte però le emozioni, in un cocktail di rara imprevedibilità. Abbiamo assistito a capovolgimenti di fronte, Buffon saltato da Pellissier a metà campo, il comico errore di Uribe (chi era costui?) e la sintesi perfetta della stagione bianconera: follia pura, limiti tecnici, crolli di personalità, ansia da prestazione (?), disordini tattici, enigmi irrisolvibili (a un certo punto Matri piazzato esterno di centrocampo, per dirne una). Una centrifuga di caos e paura che ha ingoiato la pazienza dei tifosi e fatto irrimediabilmente saltare il banco. Dal lavaggio sono usciti dei panni stinti e scoloriti, ma il rischio è che ancora una volta si cambi l’ammorbidente mantenendo la lavatrice rotta. L’anno prossimo per raggiungere la Champions occorrerà il terzo posto, dunque l’unica strada percorribile impone una massiccia immissione di liquidi nelle casse amministrate da Beppe Marotta.
Al termine del lavaggio 2010-2011 resta il monumento Del Piero. Lui non si può cancellare. Nemmeno quest’anno. Ogni sua partita è una in meno da conteggiare nel triste count-down che ci separa dal suo addio al calcio (solo italiano?). Col pareggio di lunedì ha rivolto il suo personalissimo saluto alla Coppa dalle grandi orecchie e alla sua musichetta, un palcoscenico che non calcherà più, ma che avrebbe meritato ancora una volta. L’ultima.
giovedì 28 aprile 2011
Il mediocre valzer della panchina bianconera
Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Delneri... Tutti bruciati dopo una stagione eccenzion fatta per il tecnico romano, esonerato a 3 giornate dal termine del suo secondo campionato sulla panchina bianconera. L’attuale allenatore friulano sembra avere il destino già segnato a causa della mancata qualificazione in Champions. Il prossimo allenatore da esonerare sarà forse Roberto Mancini? Leggendo i principali siti e quotidiani d’informazione sportiva sembrerebbe di si. L’ex calciatore doriano sarebbe il primo grande investimento da parte della nuova dirigenza Juventina su di un allenatore. Perchè Deschamps era stato scelto più per la sua disponibilità ad allenare in B ed in C piuttosto che per le sue capacità, Ranieri era un allenatore di esperienza internazionale ma con un palmares da “zeru tituli”, Ferrara era una scomessa (persa?), Zaccheroni un tappabuchi e Delneri l’uomo del 4-4-2 e del 4° posto sicuro. Dopo questa lunga serie di fallimenti la società decide di puntare su di un allenatore considerato di altissimo livello. Infatti Roberto Mancini, benché giovane, può già vantare svariate Coppe Italia ed un paio di scudetti contestati ed ha un ingaggio da grandissimo allenatore. Dimenticando il fatto che il Mancio è un antijuventino di ferro ed è stato tra i principali accusatori della Juventus di Moggi, il problema reale è che in campo ci vanno i giocatori e sono loro a fare la differenza. La Juventus attuale ha una rosa mediocre. Nemmeno il miglior Capello avrebbe ottenuto risultati migliori di Delneri con questo materiale umano. Se Motta non è capace di chiudere una diagonale, se Grygera si lascia dribblare da chiunque, se Grosso è finito, se Felipe Melo è nevrotico, se Del Piero va per i 37 anni, se Buffon è più concentrato sulla Seredova che sul campo, se Pepe è impreciso (per usare un eufemismo), se Traore non sa crossare, se Iaquinta è sempre infortunato e così via... che colpe ne ha l’allenatore? Andrea Agnelli, Blanc e Marotta dovrebbero rendersi conto che con pochi giocatori buoni, nessun campione e molti calciatori normali non si va tanto lontano. La differenza la fanno i campioni e questa Juve non ne ha. Quella di Capello, che era fortissima indipendentemente da calciopoli, ne poteva schierare 2 o 3 per reparto: Buffon, Cannavaro, Thuram, Zambrotta, Nedved, Camoranesi, Emerson, Vieira, Mutu, Del Piero, Trezeguet ed Ibrahimovic. Per risollevare la Vecchia Signora dall’abisso in cui è caduta servono urgentemente grandi campioni del calibro di Cristiano Ronaldo, Messi, Rooney, Robben o Torres. Ma per comprarli servono soldi, tanti soldi. E questa Juve ne ha?! Oppure bisogna investire sui giovani e scoprire i futuri campioni. Ma per farlo servono pazienza, conoscenza e competenza. E questa Juve ne ha?! Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Delneri e Mancini più che dei mediocri allenatori sembrano essere il capro espiatorio dell’incompetenza societaria.
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