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venerdì 23 settembre 2011
L'improbabile look di Ibrahimovic
"Only God and Octpuses can judge me" recita assennatamente il tatuaggio impresso su un fianco di Zlatan Ibrahimovic.
Certo, accanto alla contentezza per la fiducia accordata ai cefalopodi dal campione svedese, rimane il rimorso per gli esclusi, magistratura e Gazzetta dello Sport in primis.
Il Polpo comunque questo anticipo sul giorno del giudizio ha deciso di spenderlo su una delle sfacettature più interessanti dell’asso di Malmoe: il sempre cangiante look.
Ibra, si è detto da più parti, cambia acconciatura con la stessa frequenza con cui cambia squadra.
Vediamolo dunque in alcuna tra le sue più significative espressioni chiomatiche:
Ibra col ciuffetto
Ibra col taglio in stile Nesta
Ibra Marines
Ibra con capelli lunghi e piastrati alla Renatone Zero
venerdì 15 luglio 2011
Somme di mezza estate
A metà luglio possiamo considerarci a metà mercato estivo e quando si arriva al giro di boa, si sa, è importante tirare le prime (affrettate) somme.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.
Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.
La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.
L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.
Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.
La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.
L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.
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lunedì 20 giugno 2011
Ronaldo: il fenomeno
Martedì 7 giugno 2011 a San Paolo si è ufficialmente chiusa la carriera di Luis Nazario de Lima, noto a tutti (chissà perché) come Ronaldo, in una partita amichevole tra le nazionali brasiliane e rumene.
Il calcio si inchina a quello che è stato uno dei più grandi centroavanti della storia del calcio. A patto, certo, che una pidocchiosa amichevole con la Romania passi per un inchino.
Ronaldo, per tutti semplicemente il Fenomeno, è stato il prototipo del calciatore moderno: si è conquistato l’amore di i tifosi, intellettuali e massaie con le sue incredibili accelerazioni palla al piede, le sue pubblicità Nike e le innumerevoli fidanzate e mogli e scappatelle con tanto di trans, ai suoi gravi infortuni, alle sue pronfonde discese ed alle sue vertiginose ascese.
Mentre il mondo del pallone piangeva il prematuro ritiro dall’attività professionistica di Marco Van Basten ed applaudiva il genio di Roberto Baggio, il Brasile conquistava il suo quarto titolo mondiale a Pasadena. Di quella Selecao faceva parte un ragazzino coi dentoni in fuori ed un sorriso birichino. A soli 18 anni Ronaldo vinceva un mondiale senza nemmeno scendere in campo. Questo è un privilegio che solo i predestinati hanno la fortuna di avere.
Ronaldo nasce il 22 settembre del 1976 a Rio De Janeiro. Fin da bambino sogna di diventare un calciatore e di indossare un giorno la mitica maglia verdeoro della Selecao. Muove i suoi primi passi da giocatore nel Social Ramos. Nel ’93, non ancora maggiorenne, passa al rinomato Cruzeiro e si confronta col calcio vero. Il talento di questo ragazzino magro e velocissimo è immenso. I primi ad accorgernesene sono gli olandesi del PSV Eindoven che lo portano in Europa nell’estate del ’94. In due stagioni Ronaldo realizza 42 gol in 46 partite. Tutte le big d’Europa gli mettono gli occhi addosso. E’ il Barcellona a spuntarla. In un anno in Catalogna Ronaldo mette a segno 34 gol in 37 partite e vince il titoli di Pichichi in Liga e la Coppa delle Coppe. Ormai è un Top Player di livello mondiale.
A Milano, sponda nerazzurra, c’è un nuovo Presidente, Massimo Moratti, ricco ed ambizioso e che stravede per il calcio sudamericano. Moratti si innamora del talento di questo ragazzo di 1m80 capace di andare in rete ogni volta che scende in campo e compie un’autentica pazzia per portare il Fenomeno a Milano. Con Ronaldo arrivano a Milano uno stuoio di sponsor e di interessi economici che arricchiscono il trasferimento più caro dell’epoca. Il pubblico nerazzurro è in fermento.
L’acquisto del fortissimo attaccante brasiliano ha riaccesso la fiammella dell’orgoglio nerazzurro a lunga calpestata da anni di domini rosso-bianconeri. Lo squadrone nerazzurro disputa una grande stagione arrivando seconda in campionato alle spalle dell’imbattibile Juve di Del Piero, Inzaghi e Zidane e conquista la Coppa Uefa in finale contro la Lazio. Ronaldo non delude le attese. Gioca una stagione di livello altissimo coronata col Pallone d’Oro. È lui l’autentico trascinatore della squadra di Simoni.
A Giugno ci sono i mondiali di Francia ed il Brasile campione in carica è il grande favorito. Ronaldo è la punta di diamante di una squadra imbottita di campioni. Il 12 Luglio si disputa la finalissima allo Stade de France tra il Brasile ed i padroni di casa della Francia. Nella notte Ronaldo si è sentito male ed ha avuto un forte attacco epilettico. Le sue condizioni sono precarie ma la voglia di giocare una finale mondiale è troppo forte. Il suo fisico è spossato e la sua prestazione ne risente. La Francia, guidata da un immenso Zidane, si impone per 3-0 e conquista così il suo primo campionato del mondo di calcio.
Assorbite le delusioni mondiali, Ronaldo torna alla Pinetina più carico che mai ignaro dei brutti scherzi che il destino ha in serbo per lui. Il Fenomeno si infortuna gravemente per 2 volte consecutive mettendo a rischio la possibilità di continuare a giocare. Trascorre quasi 2 anni lontano dai campi da gioco. In 4 anni Ronaldo mette insieme la miseria di 45 presenze. Sono in molti ad avere dubbi sulle reali possibilità del ragazzo di tornare ad essere il campione di un tempo. Ma Ronaldo ha una volontà di ferro. Non smette di credere nel suo recupero neppure per un istante. Ed alla fine sarà lui ad averla vinta su tutti gli scettici.
Nel Giugno del 2002 ci sono i mondiali di calcio nippocoreani. Ronaldo è tirato a lucido. Si dichiara in forma come nel ’98. Ai predestinati il destino restituisce sempre ciò che ha tolto. Ronaldo torna ad essere il Fenomeno ed ad incantare nel palcoscenico più prestigioso. Compone con Rivaldo e Ronaldinho un tridente da sogno. Trascina a suon di gol e di magie il Brasile alla finale contro la Germania. Ronaldo sa che ha già sbagliato e perso la finale di 4 anni fa. Ma questa volta è diverso. Il Brasile è determinato a vincere ed il Fenomeno decide il campionato del mondo con una meravigliosa doppietta. Ronaldo è tornato forte e decisivo come prima. Tutto il mondo del calcio è felice di riabbracciare il più grande talento brasiliano degli ultimi 20 anni. Il mondiale gli varrà anche l’assegnazione del secondo Pallone d’Oro.
Adesso Ronaldo è di nuovo all’apice del successo e decide di cambiare squadra stufo di non vincere nulla e del tecnico Cuper e dei suoi metodi da sergente di ferro. Sceglie il Real Madrid dei Galacticos. Moratti, come tutto il popolo nerazzurro, si sente tradito ma decide di lasciar partire lo stesso il suo pupillo. In 4 anni con la camiseta blanca segna 104 gol in 177 partite.
Ronaldo è sempre il Fenomeno ma il peso degli anni e degli infortuni cominciano a farsi sentire. Ronaldo ha sempre avuto 2 grandi passioni fuori dal campo: le donne ed il cibo. Negli anni ha collezionato una serie infinita di flirt, fidanzamenti, matrimoni, divorzi, figli più o meno legittimi... Sempre accompagnato dalle copertine dei rotocalchi di gossip di tutto il mondo. Negli ultimi anni della sua carriera queste due passioni si fanno sempre più forti ed invadenti ed il pallone sembra quasi passare in secondo piano. Se ne accorge per primo Fabio Capello. In pochi mesi da allenatore del Real Madrid rilega in panchina il gordo Ronaldo che non ci sta e nella finestra di mercato invernale decide di andarsene per continuare a giocare. La squadra che si fa avanti con maggiore convinzione è il Milan. Ronaldo non esita e firma un biennale. La Milano nerazzurra è in rivolta. I pochi tifosi che gli perdonarono la partenza dopo anni di coccole in infermeria non accettano questo ulteriore sgarbo. Al primo derby gli inferociti tifosi interisti gli confezionano un’accoglienza infernale con fischi e cori contro.
Ronaldo, senza aggiungere inutili polemiche, risponde come sa: giocando e segnando. La sua esperienza nella Milano rossonera durerà un anno, bruscamente interrotta dall’ennesimo grave infortunio al ginocchio. Il ragazzo ha 32 anni ma il peso dei gravi e continui infortuni alle ginocchia e le innumerevoli operazioni si fanno sentire. Non ha più la forza e gli stimoli per ripartire da zero un’altra volta. Ronaldo si lascia andare in un vortice di donne, trans, serate, alcool, cibo e feste. Il risultato è che il giocatore ingrassa e perde l’appeal di un tempo. Nessun top team europeo lo cerca. Allora il ragazzo torna in patria dopo 15 anni di gol, dribbling e magie in Europa. Firma un biennale col Corinthias. Vince una Coppa del Brasile e segna 18 gol in 31 partite. Il calcio sudamericano però non gli restituisce la voglia di soffrire e di sacrificarsi. Ronaldo continua la sua deriva e diventa sempre più grasso e sempre meno un atleta.
Martedì 7 giugno 2011 Ronaldo saluta per sempre il calcio professionistico disputando un’ultima partita con la Selecao. Tutti gli appassionati di calcio non dimenticheranno mai le sue accelerazioni inarrestabili, i suoi dribbling letali, le sue spettacolari magie ed i suoi tantissimi gol. Un giocatore che ha sempre interpretato il calcio come un gioco ed ha sempre sorriso giocando.
Il calcio si inchina a quello che è stato uno dei più grandi centroavanti della storia del calcio. A patto, certo, che una pidocchiosa amichevole con la Romania passi per un inchino.
Ronaldo, per tutti semplicemente il Fenomeno, è stato il prototipo del calciatore moderno: si è conquistato l’amore di i tifosi, intellettuali e massaie con le sue incredibili accelerazioni palla al piede, le sue pubblicità Nike e le innumerevoli fidanzate e mogli e scappatelle con tanto di trans, ai suoi gravi infortuni, alle sue pronfonde discese ed alle sue vertiginose ascese.
Mentre il mondo del pallone piangeva il prematuro ritiro dall’attività professionistica di Marco Van Basten ed applaudiva il genio di Roberto Baggio, il Brasile conquistava il suo quarto titolo mondiale a Pasadena. Di quella Selecao faceva parte un ragazzino coi dentoni in fuori ed un sorriso birichino. A soli 18 anni Ronaldo vinceva un mondiale senza nemmeno scendere in campo. Questo è un privilegio che solo i predestinati hanno la fortuna di avere.
Ronaldo nasce il 22 settembre del 1976 a Rio De Janeiro. Fin da bambino sogna di diventare un calciatore e di indossare un giorno la mitica maglia verdeoro della Selecao. Muove i suoi primi passi da giocatore nel Social Ramos. Nel ’93, non ancora maggiorenne, passa al rinomato Cruzeiro e si confronta col calcio vero. Il talento di questo ragazzino magro e velocissimo è immenso. I primi ad accorgernesene sono gli olandesi del PSV Eindoven che lo portano in Europa nell’estate del ’94. In due stagioni Ronaldo realizza 42 gol in 46 partite. Tutte le big d’Europa gli mettono gli occhi addosso. E’ il Barcellona a spuntarla. In un anno in Catalogna Ronaldo mette a segno 34 gol in 37 partite e vince il titoli di Pichichi in Liga e la Coppa delle Coppe. Ormai è un Top Player di livello mondiale.
A Milano, sponda nerazzurra, c’è un nuovo Presidente, Massimo Moratti, ricco ed ambizioso e che stravede per il calcio sudamericano. Moratti si innamora del talento di questo ragazzo di 1m80 capace di andare in rete ogni volta che scende in campo e compie un’autentica pazzia per portare il Fenomeno a Milano. Con Ronaldo arrivano a Milano uno stuoio di sponsor e di interessi economici che arricchiscono il trasferimento più caro dell’epoca. Il pubblico nerazzurro è in fermento.
L’acquisto del fortissimo attaccante brasiliano ha riaccesso la fiammella dell’orgoglio nerazzurro a lunga calpestata da anni di domini rosso-bianconeri. Lo squadrone nerazzurro disputa una grande stagione arrivando seconda in campionato alle spalle dell’imbattibile Juve di Del Piero, Inzaghi e Zidane e conquista la Coppa Uefa in finale contro la Lazio. Ronaldo non delude le attese. Gioca una stagione di livello altissimo coronata col Pallone d’Oro. È lui l’autentico trascinatore della squadra di Simoni.
A Giugno ci sono i mondiali di Francia ed il Brasile campione in carica è il grande favorito. Ronaldo è la punta di diamante di una squadra imbottita di campioni. Il 12 Luglio si disputa la finalissima allo Stade de France tra il Brasile ed i padroni di casa della Francia. Nella notte Ronaldo si è sentito male ed ha avuto un forte attacco epilettico. Le sue condizioni sono precarie ma la voglia di giocare una finale mondiale è troppo forte. Il suo fisico è spossato e la sua prestazione ne risente. La Francia, guidata da un immenso Zidane, si impone per 3-0 e conquista così il suo primo campionato del mondo di calcio.
Assorbite le delusioni mondiali, Ronaldo torna alla Pinetina più carico che mai ignaro dei brutti scherzi che il destino ha in serbo per lui. Il Fenomeno si infortuna gravemente per 2 volte consecutive mettendo a rischio la possibilità di continuare a giocare. Trascorre quasi 2 anni lontano dai campi da gioco. In 4 anni Ronaldo mette insieme la miseria di 45 presenze. Sono in molti ad avere dubbi sulle reali possibilità del ragazzo di tornare ad essere il campione di un tempo. Ma Ronaldo ha una volontà di ferro. Non smette di credere nel suo recupero neppure per un istante. Ed alla fine sarà lui ad averla vinta su tutti gli scettici.
Nel Giugno del 2002 ci sono i mondiali di calcio nippocoreani. Ronaldo è tirato a lucido. Si dichiara in forma come nel ’98. Ai predestinati il destino restituisce sempre ciò che ha tolto. Ronaldo torna ad essere il Fenomeno ed ad incantare nel palcoscenico più prestigioso. Compone con Rivaldo e Ronaldinho un tridente da sogno. Trascina a suon di gol e di magie il Brasile alla finale contro la Germania. Ronaldo sa che ha già sbagliato e perso la finale di 4 anni fa. Ma questa volta è diverso. Il Brasile è determinato a vincere ed il Fenomeno decide il campionato del mondo con una meravigliosa doppietta. Ronaldo è tornato forte e decisivo come prima. Tutto il mondo del calcio è felice di riabbracciare il più grande talento brasiliano degli ultimi 20 anni. Il mondiale gli varrà anche l’assegnazione del secondo Pallone d’Oro.
Adesso Ronaldo è di nuovo all’apice del successo e decide di cambiare squadra stufo di non vincere nulla e del tecnico Cuper e dei suoi metodi da sergente di ferro. Sceglie il Real Madrid dei Galacticos. Moratti, come tutto il popolo nerazzurro, si sente tradito ma decide di lasciar partire lo stesso il suo pupillo. In 4 anni con la camiseta blanca segna 104 gol in 177 partite.
Ronaldo è sempre il Fenomeno ma il peso degli anni e degli infortuni cominciano a farsi sentire. Ronaldo ha sempre avuto 2 grandi passioni fuori dal campo: le donne ed il cibo. Negli anni ha collezionato una serie infinita di flirt, fidanzamenti, matrimoni, divorzi, figli più o meno legittimi... Sempre accompagnato dalle copertine dei rotocalchi di gossip di tutto il mondo. Negli ultimi anni della sua carriera queste due passioni si fanno sempre più forti ed invadenti ed il pallone sembra quasi passare in secondo piano. Se ne accorge per primo Fabio Capello. In pochi mesi da allenatore del Real Madrid rilega in panchina il gordo Ronaldo che non ci sta e nella finestra di mercato invernale decide di andarsene per continuare a giocare. La squadra che si fa avanti con maggiore convinzione è il Milan. Ronaldo non esita e firma un biennale. La Milano nerazzurra è in rivolta. I pochi tifosi che gli perdonarono la partenza dopo anni di coccole in infermeria non accettano questo ulteriore sgarbo. Al primo derby gli inferociti tifosi interisti gli confezionano un’accoglienza infernale con fischi e cori contro.
Ronaldo, senza aggiungere inutili polemiche, risponde come sa: giocando e segnando. La sua esperienza nella Milano rossonera durerà un anno, bruscamente interrotta dall’ennesimo grave infortunio al ginocchio. Il ragazzo ha 32 anni ma il peso dei gravi e continui infortuni alle ginocchia e le innumerevoli operazioni si fanno sentire. Non ha più la forza e gli stimoli per ripartire da zero un’altra volta. Ronaldo si lascia andare in un vortice di donne, trans, serate, alcool, cibo e feste. Il risultato è che il giocatore ingrassa e perde l’appeal di un tempo. Nessun top team europeo lo cerca. Allora il ragazzo torna in patria dopo 15 anni di gol, dribbling e magie in Europa. Firma un biennale col Corinthias. Vince una Coppa del Brasile e segna 18 gol in 31 partite. Il calcio sudamericano però non gli restituisce la voglia di soffrire e di sacrificarsi. Ronaldo continua la sua deriva e diventa sempre più grasso e sempre meno un atleta.
Martedì 7 giugno 2011 Ronaldo saluta per sempre il calcio professionistico disputando un’ultima partita con la Selecao. Tutti gli appassionati di calcio non dimenticheranno mai le sue accelerazioni inarrestabili, i suoi dribbling letali, le sue spettacolari magie ed i suoi tantissimi gol. Un giocatore che ha sempre interpretato il calcio come un gioco ed ha sempre sorriso giocando.
sabato 28 maggio 2011
Palazzo Chigi Vs via Turati
Nel dicembre scorso, in piena crisi di governo, quando il destino politico del cavaliere di Arcore sembrava al tramonto a seguito della fuoriuscita dei finiani dal Pdl, uno dei più autorevoli milanisti del panorama politico, il ministro leghista Bobo Maroni se ne uscì con una pessimistica previsione: “Quando il Milan va bene di solito le cose vanno male per il Berlusconi politico, ma spero di sbagliarmi…”.
Ed invece il baffuto ideatore della tanto odiata tessera del tifoso aveva proprio ragione, dalla sua parte infatti non stanno soltanto l’esito, per ora, disastroso delle elezioni comunali, ma anche la statistica degli ultimi quindici anni di regno berlusconiano. Proviamo ad entrare nello specifico: dalla sua discesa in campo del suo presidente nel lontano ’94 il Milan vince per la prima volta lo scudetto nella stagione 1995-96, in perfetta corrispondenza con il primo crollo dell’esigua maggioranza di centrodestra, presto abbandonata dall’allora turbolento e imprevedibile Senatur, e con la vittoria elettorale della coalizione avversaria guidata da quello che poi sarà definito “l’utile idiota”, ovvero Romanone Prodi. Gli anni del centrosinistra, si sa, sono stati anni di grandi inciuci e piccoli ribaltoni dalemiani, ma soprattutto e paradossalmente sono stati gloriosi per le finanze delle aziende del cavaliere (epica la rassicurazione pubblica del DS Violante in parlamento: “stia tranquillo le televisioni non gliele tocchiamo”). Il Milan non sfugge alla tendenza: nel 1998-99 arriva un altro scudetto. Poi il paese decide di cambiare e di riaffidarsi al mago di Arcore: per la squadra per forza di cose le delusioni iniziano a susseguirsi. In 5 anni di Berlusconi bis il bottino di via Turati è misero: uno scudetto nel 2003-2004 ed una Champions nel 2002-03, vinta ai rigori con la Juve moggiana, subito controbilanciata dalla bruciante sconfitta due anni dopo con il Liverpool sempre in finale per 4 a 3, in seguito ad una delle più clamorose (e gustose) rimonte di sempre. La seconda vittoria di Prodi con la sua coalizione extralarge sarà di corta durata, ma lascia il tempo al Milan di aggiudicarsi un’altra Champions nel 2006-2007 con tanto di succosa vendetta su Gerrard, Benitez e compagni. Poi il cavaliere torna a palazzo Chigi ed ecco che seguono anni durissimi per la Milano rossonera costretta a vedere trionfare i cugini per lunghi anni, fino al Triplete dell’anno passato, che non a caso è stato uno dei periodi nei quali il presidente ha goduto di maggior popolarità, malgrado prostitute, tangenti, bertoladri e quant’altro.
Estate 2010: Berlusconi, in piena rotta con Fini, decide di allentare l’attenzione mediatica sulla crisi della sua maggioranza ricorrendo al colpo di mercato, Ibrahimovic in rossonero. L’arrivo del talismano svedese sancisce però inevitabilmente il destino politico del Cav e quello sportivo del Milan: scudetto per Allegri, tramonto, forse definitivo, della passione tutta italiana per il Berlusca, al quale non rimane che fare campagna acquisti anche in parlamento.
Ora in molti, tra cui il Polpo, si augurano che il Milan continui a vincere per un bel po’ di anni…
Giuseppe Zerutituli
Ed invece il baffuto ideatore della tanto odiata tessera del tifoso aveva proprio ragione, dalla sua parte infatti non stanno soltanto l’esito, per ora, disastroso delle elezioni comunali, ma anche la statistica degli ultimi quindici anni di regno berlusconiano. Proviamo ad entrare nello specifico: dalla sua discesa in campo del suo presidente nel lontano ’94 il Milan vince per la prima volta lo scudetto nella stagione 1995-96, in perfetta corrispondenza con il primo crollo dell’esigua maggioranza di centrodestra, presto abbandonata dall’allora turbolento e imprevedibile Senatur, e con la vittoria elettorale della coalizione avversaria guidata da quello che poi sarà definito “l’utile idiota”, ovvero Romanone Prodi. Gli anni del centrosinistra, si sa, sono stati anni di grandi inciuci e piccoli ribaltoni dalemiani, ma soprattutto e paradossalmente sono stati gloriosi per le finanze delle aziende del cavaliere (epica la rassicurazione pubblica del DS Violante in parlamento: “stia tranquillo le televisioni non gliele tocchiamo”). Il Milan non sfugge alla tendenza: nel 1998-99 arriva un altro scudetto. Poi il paese decide di cambiare e di riaffidarsi al mago di Arcore: per la squadra per forza di cose le delusioni iniziano a susseguirsi. In 5 anni di Berlusconi bis il bottino di via Turati è misero: uno scudetto nel 2003-2004 ed una Champions nel 2002-03, vinta ai rigori con la Juve moggiana, subito controbilanciata dalla bruciante sconfitta due anni dopo con il Liverpool sempre in finale per 4 a 3, in seguito ad una delle più clamorose (e gustose) rimonte di sempre. La seconda vittoria di Prodi con la sua coalizione extralarge sarà di corta durata, ma lascia il tempo al Milan di aggiudicarsi un’altra Champions nel 2006-2007 con tanto di succosa vendetta su Gerrard, Benitez e compagni. Poi il cavaliere torna a palazzo Chigi ed ecco che seguono anni durissimi per la Milano rossonera costretta a vedere trionfare i cugini per lunghi anni, fino al Triplete dell’anno passato, che non a caso è stato uno dei periodi nei quali il presidente ha goduto di maggior popolarità, malgrado prostitute, tangenti, bertoladri e quant’altro.
Estate 2010: Berlusconi, in piena rotta con Fini, decide di allentare l’attenzione mediatica sulla crisi della sua maggioranza ricorrendo al colpo di mercato, Ibrahimovic in rossonero. L’arrivo del talismano svedese sancisce però inevitabilmente il destino politico del Cav e quello sportivo del Milan: scudetto per Allegri, tramonto, forse definitivo, della passione tutta italiana per il Berlusca, al quale non rimane che fare campagna acquisti anche in parlamento.
Ora in molti, tra cui il Polpo, si augurano che il Milan continui a vincere per un bel po’ di anni…
Giuseppe Zerutituli
domenica 15 maggio 2011
Il Prince dei tamarri
Kevin-Prince Boateng è sicuramente stata la sorpresa di questo Milan Campione d’Italia. Arrivato a Milano, un po’ per caso, via Portsmouth e Genova dopo un buon mondiale terminato ai quarti di finale col suo Ghana, Prince, come ama essere chiamato, è diventato un punto di riferimento dello scacchiere tattico di Massimo Allegri.
Evoluzione palestrata del Perrotta spallettiano e dello Stankovic mourinhiano il ghanese di origine tedesca viene schierato come trequartista atipico alle spalle dei due attaccanti per poi interpretare il ruolo a modo suo. Senza i piedi di Ronaldinho, le accelerazioni di Kakà o le giocate di Savicevic, Prince riesce comunque a ritagliarsi uno spazio da protagonista in una zona del campo decisiva; corre e lotta come un mediano, ha la grinta ed il carisma del leader ed è bravo ad inserirsi in area senza palla. Prince è ben lungi dall’essere un campione eppure rilega Seedorf a sgobbare con Gattuso e Flamini e Pirlo addirittura a spolverare la panchina con Cassano.
Un vero fenomeno Boateng lo diventa, invece, fuori dal campo. Personalità spiccata e fisicaccio prorompente, Prince è il prototipo del giocatore moderno: tatuaggi (la corona sul collo su tutti) da fare invidia ad un marinaio, una bella cresta mohicana sempre luccicante e portamento da vero tamarro con tanto di sopracciglio tagliato, occhialoni da sole anche di notte, canottiera bianca attillata ed enormi cuffie da deejay. Insomma Prince piace più per il suo carattere estroverso e per il suo stile truzzo che per i suoi piedi! Autentico emblema dei (dis)valori berlusconiani basati più sull’apparenza che sul contenuto. Un tronista calciatore, un atleta pronto a trasformarsi in manichino televisivo. Boateng nasce a Berlino Ovest nell’87 da padre ghanese e madre tedesca. Ha un fratello da parte di madre, Jerome, anch’esso calciatore professionistico. Ha un’infanzia difficile passata nei sobborghi della capitale tedesca tra delinquenza e violenza che gli vale il soprannome di Ghetto Kid. Prince cresce calcisticamente nell’Hertha e fa il definitivo salto di qualità andando a giocare in Premier nel Tottenham prima e nel Portsmouth dopo. A differenza del fratello sceglie di giocare per la nazionale ghanese abbandonando ogni legame con le Germania. Prima dei mondiali sudafricani rompe una caviglia al capitano tedesco Ballack con un’entrata assassina. Quest’episodio comprometterà definitivamente i suoi già complicati rapporti col fratello. Jerome infatti è il suo opposto: cresce in una buona famiglia, studia e si integra in Germania per la quale gioca in nazionale. Prince ha segnato 3 gol in campionato ed ha servito diversi assist ai compagni ma tutti ci ricorderemo di lui per il suo balletto jacksoniano con tanto di Moonwalk il giorno della premiazione a San Siro. E pensare che un tempo il campionato italiano veniva deciso da Platini, Zico, Maradona, Zidane, Kakà...
Evoluzione palestrata del Perrotta spallettiano e dello Stankovic mourinhiano il ghanese di origine tedesca viene schierato come trequartista atipico alle spalle dei due attaccanti per poi interpretare il ruolo a modo suo. Senza i piedi di Ronaldinho, le accelerazioni di Kakà o le giocate di Savicevic, Prince riesce comunque a ritagliarsi uno spazio da protagonista in una zona del campo decisiva; corre e lotta come un mediano, ha la grinta ed il carisma del leader ed è bravo ad inserirsi in area senza palla. Prince è ben lungi dall’essere un campione eppure rilega Seedorf a sgobbare con Gattuso e Flamini e Pirlo addirittura a spolverare la panchina con Cassano.
Un vero fenomeno Boateng lo diventa, invece, fuori dal campo. Personalità spiccata e fisicaccio prorompente, Prince è il prototipo del giocatore moderno: tatuaggi (la corona sul collo su tutti) da fare invidia ad un marinaio, una bella cresta mohicana sempre luccicante e portamento da vero tamarro con tanto di sopracciglio tagliato, occhialoni da sole anche di notte, canottiera bianca attillata ed enormi cuffie da deejay. Insomma Prince piace più per il suo carattere estroverso e per il suo stile truzzo che per i suoi piedi! Autentico emblema dei (dis)valori berlusconiani basati più sull’apparenza che sul contenuto. Un tronista calciatore, un atleta pronto a trasformarsi in manichino televisivo. Boateng nasce a Berlino Ovest nell’87 da padre ghanese e madre tedesca. Ha un fratello da parte di madre, Jerome, anch’esso calciatore professionistico. Ha un’infanzia difficile passata nei sobborghi della capitale tedesca tra delinquenza e violenza che gli vale il soprannome di Ghetto Kid. Prince cresce calcisticamente nell’Hertha e fa il definitivo salto di qualità andando a giocare in Premier nel Tottenham prima e nel Portsmouth dopo. A differenza del fratello sceglie di giocare per la nazionale ghanese abbandonando ogni legame con le Germania. Prima dei mondiali sudafricani rompe una caviglia al capitano tedesco Ballack con un’entrata assassina. Quest’episodio comprometterà definitivamente i suoi già complicati rapporti col fratello. Jerome infatti è il suo opposto: cresce in una buona famiglia, studia e si integra in Germania per la quale gioca in nazionale. Prince ha segnato 3 gol in campionato ed ha servito diversi assist ai compagni ma tutti ci ricorderemo di lui per il suo balletto jacksoniano con tanto di Moonwalk il giorno della premiazione a San Siro. E pensare che un tempo il campionato italiano veniva deciso da Platini, Zico, Maradona, Zidane, Kakà...
sabato 14 maggio 2011
Esproprio proletario
Nel lontano 2008 il secondo governo Prodi approvava la cosiddetta "legge Melandri" sui diritti televisivi, che tra i tanti sport andava a stravolgere gli equilibri ormai consolidati anche del mondo del calcio nostrano. In sostanza si tornava alla contrattazione collettiva con una spartizione più equa dei cospicui ricavi, fino ad allora quasi esclusivamente appannaggio delle Grandi, che stabilivano individualmente il prezzo con le emittenti televisive. A quattro anni di distanza il centrosinistra è tornato mestamente laddove si trova meglio per tradizione storica e per naturale propensione masochistica, ovvero all'opposizione, ma l'ennesima legislatura sotto il segno del Cavaliere di Arcore non pare aver inciso nemmeno su questo terreno che, in quanto presidente di una delle Grandi, il Milan, avrebbe potuto interessarlo maggiormente. Invece a riprova della assoluta incapacità di governo del Cavaliere in tutti gli ambiti, la legge contestata fatta da una delle più improbabili ministre dello sport della storia repubblicana è rimasta tale e quale: perché allora se ne torna a parlare? Il fatto è che la legge prevedeva certo la contrattazione collettiva ed una spartizione più equa della torta, ma con un certo buon senso riservava una parte, il 25%, alle Grandi, nel senso che lo assegnava in base al numero di tifosi delle squadre. Qualche settimana fa le Piccole, con l'appoggio dell'assenteista presidente della lega, Beretta, ha votato la delibera che affida a tre nuove agenzie le indagini demoscopiche per stabilire il numero di tifosi di ciascuna squadra. Milan, Juve, Napoli, Inter e Roma si sono allora rivolte alla Alta Corte di Giustizia che ha per il momento bloccato il provvedimento. La spaccatura appare però grave tanto da far ricorrere ad inusuali considerazioni il sempre fuori luogo Andrea Agnelli, che addirittura ha minacciato di portare la Juve a giocare in un altro campionato. L'ad dell'Inter Paolillo dal canto suo è rimasto più sulla terra pur prospettando la possibilità che il mercato estivo delle grandi venga fatto solo tra di loro, per non dare soldi alle proletarie ribelli.
L'idea livellatrice che aveva ispirato la Melandri e che ora spinge le piccole è quella di dar vita ad un campionato più equilibrato nel quale lo strapotere economico di poche grandi società non decida già in partenza l'esito finale della competizione. Come spesso accade nella legge, che ha comunque il merito di porsi un problema reale, si mescola del buono e del cattivo: il desiderio di riequilibrare le cose tiene nel giusto conto il fatto che le grandi da sole non potrebbero giocare e che ogni anno dalle piccole prendono giocatori giovani che non avrebbero tempo di far maturare.
Accanto a questo genere di iniziativa sarebbe stato necessario però permettere ai grandi club di avere il via libera per la costruzione dei propri stadi in modo da permettere a chi investe di più di guadagnare di più per restare al passo con le maggiori squadre europee. Tutto sommato, se si guarda all'estero il nostro campionato appare ben più equilibrato e vincere per Milan, Inter e compagnia non è mai scontato; resta da vedere se perché il livello delle grandi è ormai misero (come porterebbero a pensare le figuracce europee e lo scudetto di un modesto Milan insidiato a lungo da squadre come Udinese o Napoli) o per il valore delle piccole nostrane.
Come era scontato attendersi dalle alte sfere del sport italiano (leggi l'inconfondibilmente incapace ebete/Abete) parlare di prese di posizione risulta fuori luogo, piuttosto solito invito buonista alla conciliazione. Per non parlare poi dell'esecutivo: la maggioranza, impegnatissima a sfornare leggi per il Padrone/ladrone, non ha tempo di occuparsi del futuro dei giovani e più in generale dell'economia italiana, figuriamoci se si mette a intervenire sul sempre spinoso tema calcistico, peraltro non esente da conflitto di interesse. Toccherà aspettare il prossimo ministro dello sport di centrosinistra... direi che si può aspettare con tutta calma.
Giuseppe Zerutituli
L'idea livellatrice che aveva ispirato la Melandri e che ora spinge le piccole è quella di dar vita ad un campionato più equilibrato nel quale lo strapotere economico di poche grandi società non decida già in partenza l'esito finale della competizione. Come spesso accade nella legge, che ha comunque il merito di porsi un problema reale, si mescola del buono e del cattivo: il desiderio di riequilibrare le cose tiene nel giusto conto il fatto che le grandi da sole non potrebbero giocare e che ogni anno dalle piccole prendono giocatori giovani che non avrebbero tempo di far maturare.
Accanto a questo genere di iniziativa sarebbe stato necessario però permettere ai grandi club di avere il via libera per la costruzione dei propri stadi in modo da permettere a chi investe di più di guadagnare di più per restare al passo con le maggiori squadre europee. Tutto sommato, se si guarda all'estero il nostro campionato appare ben più equilibrato e vincere per Milan, Inter e compagnia non è mai scontato; resta da vedere se perché il livello delle grandi è ormai misero (come porterebbero a pensare le figuracce europee e lo scudetto di un modesto Milan insidiato a lungo da squadre come Udinese o Napoli) o per il valore delle piccole nostrane.
Come era scontato attendersi dalle alte sfere del sport italiano (leggi l'inconfondibilmente incapace ebete/Abete) parlare di prese di posizione risulta fuori luogo, piuttosto solito invito buonista alla conciliazione. Per non parlare poi dell'esecutivo: la maggioranza, impegnatissima a sfornare leggi per il Padrone/ladrone, non ha tempo di occuparsi del futuro dei giovani e più in generale dell'economia italiana, figuriamoci se si mette a intervenire sul sempre spinoso tema calcistico, peraltro non esente da conflitto di interesse. Toccherà aspettare il prossimo ministro dello sport di centrosinistra... direi che si può aspettare con tutta calma.
Giuseppe Zerutituli
venerdì 13 maggio 2011
L'Uomo di Mervha
Scoppiettante polemica sui giornali nazionali tra Ringhio Gattuso e il Milan da una parte e Leonardo e l'Inter dall'altra. Il Polpo, otre ad arricchire il dibattito con le sue due lire, regala ai fedelissimi lettori una profezia nuova di zecca, trovatela sul retro ben impacchettata nel celofan. Ricapitoliamo: Gattuso viene ripreso da una coraggiosa videocamera senza frontiere - si prevede il Pulitzer - gridare assieme un gruppetto di bruti tifosi "Leonardo uomo di merda, Leonardo uomo di merda" (punteggiatura nostra). Gattuso poi riferisce ai giornali di essere a conoscenza di particolari segreti che giustificano l'urgenza della dura presa di posizione gattusiana. Il ciuffo ribelle di Mister Leonardo, anch'esso si presume fatto di feci, non ci sta e, tramite un comunicato ufficiale sul sito della squadra, l'allenatore dell’Inter rivela che al momento del suo abbandono del Milan Gattuso l'aveva personalmente lodato per l'immacolata coerenza. Leonardo poi invita il Milan ad esprimere una linea ufficiale sulla faccenda. Galliani, che in quanto a linee politiche ha ereditato la schiettezza del nostro suo presidente interviene con forza e in una nota ai giornali fa sapere: "sdrammatizziamo". Purtroppo la dichiarazione perde per strada i due punti che dovrebbero seguirla, l'intenzione rimane soltanto nel verbo che si vede a questo punto costretto a sdrammatizzare se stesso. Puntuale arriva la contro reazione dello squalo Moratti che, aprendo la bocca giusto abbastanza perché non gli cada la Nazionale, polemizza sottilmente con il suo allenatore e dimostra il coraggio di una dura autocritica. Moratti, per sfuggire ai luoghi comuni, commenta: "non c'è bisogno di alcun commento, le immagini si commentano da sole". Alle dichiarazioni sofisticate di tutti questi luminari che si affrettano a chiosare sulle meditate parole di un ragazzo uomo di 33 anni in mutande che si fa chiamare Ringhio ci preme aggiungere la nostra profezia: in un seguitissimo messaggio su youTube Ringhio giurerà sui sui figli che le parole della sua invettiva erano in realtà "Leonardo uomo di Mervha, Leonardo uomo di Mervha" (punteggiatura nostra). Mervha, dunque, una grazioso villaggio brasiliano e non merda, escrementi. Verrà dunque alla luce la nobile intenzione di Ringhio di smascherare l'ignobile bugia di Leonardo che si e' sempre dichiarato nativo di Niterói. Segue riproduzione dell'originale certificato di nascita, scovato dai segugi di Ringhio in un archivio dell'isola di Santa Lucia.
Massì continuiamo così, facciamoci del male.
Ottorino Maggio
Massì continuiamo così, facciamoci del male.
Ottorino Maggio
lunedì 9 maggio 2011
Lo Scudetto triste
Se la foto simbolo del diciottesimo scudetto rossonero immortala su tutti i giornali e i siti internet l’abbraccio di lady Barbara Berlusconi al Papero Pato, inevitabilmente si aprono alcuni interrogativi sul valore tecnico dell’impresa rossonera. Davvero la componente sportiva merita di essere oscurata dal lato gossipparo della medaglia? La bionda chioma di Barbara buca lo schermo più di una magia di Ibrahimovic?
Campionato mediocre, senza dubbio, con i terribili campi di gioco spelacchiati e ingialliti a simboleggiare la necessità di un rinnovamento tecnico e strutturale, di immissione di forze fresche dal basso fino ai piani alti, laddove troneggiano come cariatidi i dirigenti di una carovana ormai imbolsita, seduti su spalti grigi e cadenti.
“E’ il primo scudetto vero dall’estate di Calciopoli” ha commentato Fabio Capello da Londra, ma senza eccessivo british-style. Sarà, ma (polemiche e orgogli di bottega a parte) quel che è certo è che il tricolore conquistato da Max Allegri interrompe la quinquennale abbuffata nerazzurra, riequilibrando il computo dei trionfi nazionali nella città di Milano (18 pari).
C’è in effetti qualcosa di fiacco nella nostra serie A, di stanco e forzato. Ci eravamo goduti il Galliani di giallo incravattato saltellare con maggior convinzione in altre occasioni. Eppure l’astinenza da titulo nazionale (8 anni dall’ultimo scudetto, un’eternità sportiva) avrebbe autorizzato qualche piroetta in più. Vero che il trionfo, oltre che giusto e meritato, era ormai annunciato da tempo, ma la mancanza dell’effetto sorpresa non basta a spiegare gli entusiasmi compassati e i discorsi già inesorabilmente orientati sul futuro (Ibra che promette un super-Milan in Champions l’anno prossimo).
Proviamo per un attimo a indossare i panni dell’ottimismo e ad analizzare la vittoria del Milan in modo classico, fingendo che la serie A sia ancora il miglior campionato del mondo: tra i protagonisti del successo menzioniamo Abbiati, la classe immortale di Nesta, l’esplosione di Thiago Silva, il miglior difensore del mondo a detta di molti (concordiamo), la splendida resurrezione di Seedorf e Gattuso, le reti pesantissime di Pato, le piroette di Robinho.
Ma l’uomo che ha saputo plasmare attorno a sé il successo, capace di far crollare a suon di spallate e di acrobazie per palati fini gli equilibri del campionato è senza dubbio Zlatan Ibrahimovic. Un uomo solo al comando. Almeno per 2/3 di stagione Ibra ha dettato legge alla serie A intera, distillando gocce di mentalità vincente nell’ambiente rossonero e caricandosi sulle spalle le nevrosi di una squadra insicura e da troppo incapace di mantenere il controllo per un campionato intero.
Massimiliano Allegri ha poi diretto alla grande l‘orchestra, con calma, fermezza, ma senza alzare la voce.
Concludiamo con i complimenti (stanchi, ma sinceri) al Milan tricolore.
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