Martedì 7 giugno 2011 a San Paolo si è ufficialmente chiusa la carriera di Luis Nazario de Lima, noto a tutti (chissà perché) come Ronaldo, in una partita amichevole tra le nazionali brasiliane e rumene.
Il calcio si inchina a quello che è stato uno dei più grandi centroavanti della storia del calcio. A patto, certo, che una pidocchiosa amichevole con la Romania passi per un inchino.
Ronaldo, per tutti semplicemente il Fenomeno, è stato il prototipo del calciatore moderno: si è conquistato l’amore di i tifosi, intellettuali e massaie con le sue incredibili accelerazioni palla al piede, le sue pubblicità Nike e le innumerevoli fidanzate e mogli e scappatelle con tanto di trans, ai suoi gravi infortuni, alle sue pronfonde discese ed alle sue vertiginose ascese.
Mentre il mondo del pallone piangeva il prematuro ritiro dall’attività professionistica di Marco Van Basten ed applaudiva il genio di Roberto Baggio, il Brasile conquistava il suo quarto titolo mondiale a Pasadena. Di quella Selecao faceva parte un ragazzino coi dentoni in fuori ed un sorriso birichino. A soli 18 anni Ronaldo vinceva un mondiale senza nemmeno scendere in campo. Questo è un privilegio che solo i predestinati hanno la fortuna di avere.
Ronaldo nasce il 22 settembre del 1976 a Rio De Janeiro. Fin da bambino sogna di diventare un calciatore e di indossare un giorno la mitica maglia verdeoro della Selecao. Muove i suoi primi passi da giocatore nel Social Ramos. Nel ’93, non ancora maggiorenne, passa al rinomato Cruzeiro e si confronta col calcio vero. Il talento di questo ragazzino magro e velocissimo è immenso. I primi ad accorgernesene sono gli olandesi del PSV Eindoven che lo portano in Europa nell’estate del ’94. In due stagioni Ronaldo realizza 42 gol in 46 partite. Tutte le big d’Europa gli mettono gli occhi addosso. E’ il Barcellona a spuntarla. In un anno in Catalogna Ronaldo mette a segno 34 gol in 37 partite e vince il titoli di Pichichi in Liga e la Coppa delle Coppe. Ormai è un Top Player di livello mondiale.
A Milano, sponda nerazzurra, c’è un nuovo Presidente, Massimo Moratti, ricco ed ambizioso e che stravede per il calcio sudamericano. Moratti si innamora del talento di questo ragazzo di 1m80 capace di andare in rete ogni volta che scende in campo e compie un’autentica pazzia per portare il Fenomeno a Milano. Con Ronaldo arrivano a Milano uno stuoio di sponsor e di interessi economici che arricchiscono il trasferimento più caro dell’epoca. Il pubblico nerazzurro è in fermento.
L’acquisto del fortissimo attaccante brasiliano ha riaccesso la fiammella dell’orgoglio nerazzurro a lunga calpestata da anni di domini rosso-bianconeri. Lo squadrone nerazzurro disputa una grande stagione arrivando seconda in campionato alle spalle dell’imbattibile Juve di Del Piero, Inzaghi e Zidane e conquista la Coppa Uefa in finale contro la Lazio. Ronaldo non delude le attese. Gioca una stagione di livello altissimo coronata col Pallone d’Oro. È lui l’autentico trascinatore della squadra di Simoni.
A Giugno ci sono i mondiali di Francia ed il Brasile campione in carica è il grande favorito. Ronaldo è la punta di diamante di una squadra imbottita di campioni. Il 12 Luglio si disputa la finalissima allo Stade de France tra il Brasile ed i padroni di casa della Francia. Nella notte Ronaldo si è sentito male ed ha avuto un forte attacco epilettico. Le sue condizioni sono precarie ma la voglia di giocare una finale mondiale è troppo forte. Il suo fisico è spossato e la sua prestazione ne risente. La Francia, guidata da un immenso Zidane, si impone per 3-0 e conquista così il suo primo campionato del mondo di calcio.
Assorbite le delusioni mondiali, Ronaldo torna alla Pinetina più carico che mai ignaro dei brutti scherzi che il destino ha in serbo per lui. Il Fenomeno si infortuna gravemente per 2 volte consecutive mettendo a rischio la possibilità di continuare a giocare. Trascorre quasi 2 anni lontano dai campi da gioco. In 4 anni Ronaldo mette insieme la miseria di 45 presenze. Sono in molti ad avere dubbi sulle reali possibilità del ragazzo di tornare ad essere il campione di un tempo. Ma Ronaldo ha una volontà di ferro. Non smette di credere nel suo recupero neppure per un istante. Ed alla fine sarà lui ad averla vinta su tutti gli scettici.
Nel Giugno del 2002 ci sono i mondiali di calcio nippocoreani. Ronaldo è tirato a lucido. Si dichiara in forma come nel ’98. Ai predestinati il destino restituisce sempre ciò che ha tolto. Ronaldo torna ad essere il Fenomeno ed ad incantare nel palcoscenico più prestigioso. Compone con Rivaldo e Ronaldinho un tridente da sogno. Trascina a suon di gol e di magie il Brasile alla finale contro la Germania. Ronaldo sa che ha già sbagliato e perso la finale di 4 anni fa. Ma questa volta è diverso. Il Brasile è determinato a vincere ed il Fenomeno decide il campionato del mondo con una meravigliosa doppietta. Ronaldo è tornato forte e decisivo come prima. Tutto il mondo del calcio è felice di riabbracciare il più grande talento brasiliano degli ultimi 20 anni. Il mondiale gli varrà anche l’assegnazione del secondo Pallone d’Oro.
Adesso Ronaldo è di nuovo all’apice del successo e decide di cambiare squadra stufo di non vincere nulla e del tecnico Cuper e dei suoi metodi da sergente di ferro. Sceglie il Real Madrid dei Galacticos. Moratti, come tutto il popolo nerazzurro, si sente tradito ma decide di lasciar partire lo stesso il suo pupillo. In 4 anni con la camiseta blanca segna 104 gol in 177 partite.
Ronaldo è sempre il Fenomeno ma il peso degli anni e degli infortuni cominciano a farsi sentire. Ronaldo ha sempre avuto 2 grandi passioni fuori dal campo: le donne ed il cibo. Negli anni ha collezionato una serie infinita di flirt, fidanzamenti, matrimoni, divorzi, figli più o meno legittimi... Sempre accompagnato dalle copertine dei rotocalchi di gossip di tutto il mondo. Negli ultimi anni della sua carriera queste due passioni si fanno sempre più forti ed invadenti ed il pallone sembra quasi passare in secondo piano. Se ne accorge per primo Fabio Capello. In pochi mesi da allenatore del Real Madrid rilega in panchina il gordo Ronaldo che non ci sta e nella finestra di mercato invernale decide di andarsene per continuare a giocare. La squadra che si fa avanti con maggiore convinzione è il Milan. Ronaldo non esita e firma un biennale. La Milano nerazzurra è in rivolta. I pochi tifosi che gli perdonarono la partenza dopo anni di coccole in infermeria non accettano questo ulteriore sgarbo. Al primo derby gli inferociti tifosi interisti gli confezionano un’accoglienza infernale con fischi e cori contro.
Ronaldo, senza aggiungere inutili polemiche, risponde come sa: giocando e segnando. La sua esperienza nella Milano rossonera durerà un anno, bruscamente interrotta dall’ennesimo grave infortunio al ginocchio. Il ragazzo ha 32 anni ma il peso dei gravi e continui infortuni alle ginocchia e le innumerevoli operazioni si fanno sentire. Non ha più la forza e gli stimoli per ripartire da zero un’altra volta. Ronaldo si lascia andare in un vortice di donne, trans, serate, alcool, cibo e feste. Il risultato è che il giocatore ingrassa e perde l’appeal di un tempo. Nessun top team europeo lo cerca. Allora il ragazzo torna in patria dopo 15 anni di gol, dribbling e magie in Europa. Firma un biennale col Corinthias. Vince una Coppa del Brasile e segna 18 gol in 31 partite. Il calcio sudamericano però non gli restituisce la voglia di soffrire e di sacrificarsi. Ronaldo continua la sua deriva e diventa sempre più grasso e sempre meno un atleta.
Martedì 7 giugno 2011 Ronaldo saluta per sempre il calcio professionistico disputando un’ultima partita con la Selecao. Tutti gli appassionati di calcio non dimenticheranno mai le sue accelerazioni inarrestabili, i suoi dribbling letali, le sue spettacolari magie ed i suoi tantissimi gol. Un giocatore che ha sempre interpretato il calcio come un gioco ed ha sempre sorriso giocando.
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lunedì 20 giugno 2011
venerdì 17 giugno 2011
Remake alla Romana
Il vento è cambiato anche a Roma. Un vento da ovest, un vento di mare nuovo e fresco. Sono arrivati gli americani, un’altra volta, e tra le pagine sportive dei quotidiani estivi sbiadite dal sole e stropicciate dal vento si delinea già la strategia gringo-capitolina.
Siccome, diciamecelo, negli Stati Uniti di calcio si capisce poco, l’idea è di imparare da chi se ne intende e ha avuto successo ed in Europa il modello da seguire di questi tempi è sicuramente quello del Barça. Cosa dobbiamo allora aspettarci dalla Roma di Di Benedetto? Un’attenzione particolare al vivaio attraverso una struttura che si prenda cura tanto del giovane calciatore che del piccolo ometto, la creazione di un squadra-famiglia-nazione dove l’integrazione dei giocatori locali con i giocatori stranieri va al di là del cameratismo da spoglaitoio ma si riflette in un modello di convivenza nazionale, il rifiuto di sponsor commerciali su una maglia che è soprattutto una bandiera, l’impegno, anzi, la devozione per un gioco serio, spettacolare e spregiudicato, una squadra senza gerachie dove la gloria dell’eroe si esprime nel privilegio di essere uno del gruppo, una società più grande di chi la compone, che resiste ad un presidente cialtrone e si libera dei campioni egocentrici. Insomma un lavoro lungo e certosino per creare le condizioni non soltanto di un successo duraturo ma di una squadra che viene sostenuta dalla collettività dei tifosi ma che soprattutto ispira la collettività di una regione. Non proprio. Perché intraprendere un percorso lungo e faticoso, quando si può prendere una comoda scorciatoia? Perchè creare le condizioni per vincere in 4-5-10 anni quando si può comodamente lottare per un quinto posto già dall’anno prossimo? Quando si può ingaggiare Luigi Enrico, l’allenatore del Barcellona B, fare una bella campagna stampa piena di pompose intenzioni e di dichiarazioni d’amore per il calcio spettacolo, magari prendere un paio di scarti del Barcellona, cavalcare l’orgoglio gladiatore di un paio di giocatori bolliti come Totti e De Rossi per ancora un paio di stagioni e sopportarne i capricci e le sparate perchè sono delle bandiere e hanno il cuore giallorosso? E se poi non funziona si può sempre esonerare Luigi Enrico a Febbraio ed affidare le truppe al capro espriatorio di turno. La strategia americana della Roma sembra un brutto remake hollywoodiano di un bel film, fatto in fretta per calvalcare il successo dell’originale. E se questo articolo sembra un processo alle intenzioni è perchè lo è.
Continuiamo così, facciamoci del male.
Ottorino Maggio
Siccome, diciamecelo, negli Stati Uniti di calcio si capisce poco, l’idea è di imparare da chi se ne intende e ha avuto successo ed in Europa il modello da seguire di questi tempi è sicuramente quello del Barça. Cosa dobbiamo allora aspettarci dalla Roma di Di Benedetto? Un’attenzione particolare al vivaio attraverso una struttura che si prenda cura tanto del giovane calciatore che del piccolo ometto, la creazione di un squadra-famiglia-nazione dove l’integrazione dei giocatori locali con i giocatori stranieri va al di là del cameratismo da spoglaitoio ma si riflette in un modello di convivenza nazionale, il rifiuto di sponsor commerciali su una maglia che è soprattutto una bandiera, l’impegno, anzi, la devozione per un gioco serio, spettacolare e spregiudicato, una squadra senza gerachie dove la gloria dell’eroe si esprime nel privilegio di essere uno del gruppo, una società più grande di chi la compone, che resiste ad un presidente cialtrone e si libera dei campioni egocentrici. Insomma un lavoro lungo e certosino per creare le condizioni non soltanto di un successo duraturo ma di una squadra che viene sostenuta dalla collettività dei tifosi ma che soprattutto ispira la collettività di una regione. Non proprio. Perché intraprendere un percorso lungo e faticoso, quando si può prendere una comoda scorciatoia? Perchè creare le condizioni per vincere in 4-5-10 anni quando si può comodamente lottare per un quinto posto già dall’anno prossimo? Quando si può ingaggiare Luigi Enrico, l’allenatore del Barcellona B, fare una bella campagna stampa piena di pompose intenzioni e di dichiarazioni d’amore per il calcio spettacolo, magari prendere un paio di scarti del Barcellona, cavalcare l’orgoglio gladiatore di un paio di giocatori bolliti come Totti e De Rossi per ancora un paio di stagioni e sopportarne i capricci e le sparate perchè sono delle bandiere e hanno il cuore giallorosso? E se poi non funziona si può sempre esonerare Luigi Enrico a Febbraio ed affidare le truppe al capro espriatorio di turno. La strategia americana della Roma sembra un brutto remake hollywoodiano di un bel film, fatto in fretta per calvalcare il successo dell’originale. E se questo articolo sembra un processo alle intenzioni è perchè lo è.
Continuiamo così, facciamoci del male.
Ottorino Maggio
lunedì 6 giugno 2011
Valdano: l’oceano del poeta
Si può forse obbiettare che tutti quegli anni alle dipendenze della sbruffonissima Real Casa lo abbiamo reso un poco meno simpatico che se li avesse passati, mettiamo, al Chievo, si può essere senz’altro d’accordo che la scelta del gel sui capelli ricci è deprecabile e sbagliata, nel complesso, però, Jorge Valdano sembra davvero un gran tipo ed è un peccato vederlo andarsene, mandato via a questo modo, dal Real Madrid. Elegante, assertivo e pacato in tutte le diverse fasi della sua carriera, come dirigente del Madrid “El Poeta” ha sempre cercato di stemperare l’arroganza dello squadrone reale con il suo messaggio di dignitoso orgoglio ed etica del lavoro.
In questa ottica era rientrato assieme a Florentino Perez due anni fa dopo che, nel periodo della sua assenza, dal 2004 al 2010, il Madrid era stato travolto dal disastro, d’immagine piuttosto che di risultati, dei “Galacticos” e dalle ruffianate dell’orribile presidente Calderon. Per questo Valdano aveva scelto come allenatore Manuel Pellegrini, un allenatore serio e modesto, un viso da cagnone triste, poco televisivo. Pellegrini, certo, poiché non aveva vinto nulla e non era bastato contendere la Liga al Barça fino alla penultima giornata in un finale di stagione davvero credibile per salvarlo dal massacro della cattivissima stampa spagnola e dalla straripante disponibilità di Mourinho. E adesso è Valdano ad essere cacciato da Mourinho e dalla sua ingordigia di potere. Mourinho che non ha vinto molto ma che, nel gioco delle personalità e del loco culto che è diventato il calcio moderno è stato capace di offrire una faccia forte ancorchè diabolica da contrapporre a quella gradevole e vincente del Barça. Mourinho che vince (male) e perde (peggio) ma che in ogni caso riesce a farlo dettando le sue condizioni, ai giocatori, alla società ed alla stampa.
Alla vigilia di Italia 90 Valdano, quando dopo un disperato recupero da un serio infortunio era stato all'ultimo minuto scartato dall’allora C.T. Bilardo dichiarò: "ho attraversato l'oceano a nuoto e sono affogato sul bagnoasciuga". Ora quell'oceano è infestato da squali. E da polpi.
Ottorino Maggio
In questa ottica era rientrato assieme a Florentino Perez due anni fa dopo che, nel periodo della sua assenza, dal 2004 al 2010, il Madrid era stato travolto dal disastro, d’immagine piuttosto che di risultati, dei “Galacticos” e dalle ruffianate dell’orribile presidente Calderon. Per questo Valdano aveva scelto come allenatore Manuel Pellegrini, un allenatore serio e modesto, un viso da cagnone triste, poco televisivo. Pellegrini, certo, poiché non aveva vinto nulla e non era bastato contendere la Liga al Barça fino alla penultima giornata in un finale di stagione davvero credibile per salvarlo dal massacro della cattivissima stampa spagnola e dalla straripante disponibilità di Mourinho. E adesso è Valdano ad essere cacciato da Mourinho e dalla sua ingordigia di potere. Mourinho che non ha vinto molto ma che, nel gioco delle personalità e del loco culto che è diventato il calcio moderno è stato capace di offrire una faccia forte ancorchè diabolica da contrapporre a quella gradevole e vincente del Barça. Mourinho che vince (male) e perde (peggio) ma che in ogni caso riesce a farlo dettando le sue condizioni, ai giocatori, alla società ed alla stampa.
Alla vigilia di Italia 90 Valdano, quando dopo un disperato recupero da un serio infortunio era stato all'ultimo minuto scartato dall’allora C.T. Bilardo dichiarò: "ho attraversato l'oceano a nuoto e sono affogato sul bagnoasciuga". Ora quell'oceano è infestato da squali. E da polpi.
Ottorino Maggio
mercoledì 1 giugno 2011
Lo strapotere di Guardiola e dei 7 nani
Inutile girarci intorno… Da sfegatato tifoso di un’altra squadra mi duole ammetterlo. Per cui la scriverò a denti stretti. Il Barcellona di Pep Guardiola è veramente la squadra più forte del mondo, forse una delle migliori di sempre. Premettendo che è quasi impossibile valutare squadre di periodi diversi che hanno giocato calcio completamente diverso contro avversari dal diverso valore. Però il gruppo blaugrana è qualcosa di incredibile. Da quando l’ex calciatore catalano si è seduto sulla panchina del Barça, il club ha vinto 10 titoli in 3 anni tra cui 3 scudetti consecutivi, 2 Champions League, un mondiale per Club ed 1 Supercoppa Europea. Sono sicuro che affiancarla a gruppi mitici come il Milan di Sacchi, la Juve di Trapattoni, l’Inter di Herrera, l’Ajax di Crujff ed il Real Madrid delle 5 Champions consecutive non è una bestemmia.
Quello che è ancora più impressionante è l’autorità con la quale riescono a vincere. Basti pensare alla freschissima finale di Wembley. I Blaugrana hanno letteralmente schiantato una delle squadre più forti ed esperte del panorama calcistico mondiale, il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Messi e compagni hanno dominato (escluso forse il primo quarto d’ora) in lungo ed in largo l’avversario giocando una partita pressoché perfetta con estrema naturalezza. Sono riusciti ad avere un possesso palla medio del 63% (!), hanno tirato 16 volte a 3, hanno avuto 6 corner a 0. Numeri impietosi che dimostrano la straripante superiorità dei catalani.
L’enorme merito di Guardiola consiste nell’essere riuscito in brevissimo tempo a dare una identità ben precisa al gruppo. Ossia una squadra che fa del possesso palla, dei passaggi e dei triangoli stretti, del gioco cosiddetto a 2 tocchi, della tecnica e della rapidità la propria imbattibile forza. Infatti (purtroppo) vedere giocare il Barça è uno spettacolo che riconcilia col calcio. Una squadra perennemente in possesso palla votata all’attacco. Che costruisce le proprie azioni con 8 giocatori contemporaneamente; in cui qualsiasi pedina dello scacchiere tattico possiede una buona, se non eccellente, proprietà di palleggio. Con questo sistema di gioco la squadra di Guardiola è perennemente in possesso di palla. In questo modo risulta quasi impossibile per gli avversari riuscire ad attaccarli se non hanno mai il pallone. I maestri d’orchestra sono i due genietti del centrocampo Xavi ed Inesta. I due talenti spagnoli sono perfettamente complementari: uno più portato per le geometrie di gioco, l’altro più abile nel portare palle ed inserirsi negli spazi. Se si aggiunge il miglior giocatore del mondo, il due volte consecutive Pallone d’Oro Leo Messi, allora il gioco è fatto, anzi è vinto!
In tre anni il Barcellona è stato messo sotto solamente nella semifinale di andata di Champions dell’anno passato a San Siro contro l’Inter di Mourinho che si impose per 3-1 ipotecando finale e coppa. I meriti dei nerazzurri furono quelli di annientare i marziani sul piano del fisico, del pressing e dell’intensità. Ma siamo sicuri che non si sia trattato di un caso isolato dovuto ad un periodo di scarsa forma dei campioni catalani?! La prova è data dai successivi incontri del Real di Mourinho contro gli odiati rivali affrontati con la medesima tattica e finiti con la storica manita e con l’eliminazione dalla Champions.
Guardiola è riuscito ad imporre una filosofia in cui il collettivo è più importante delle individualità, a costo di sacrificare soldi e campioni. Basti pensare al bizzoso Eto’o che è stato ceduto, nonostante i suoi 37 gol stagionali, per una questione di feeling col tecnico. Ancora più lampante è l’esempio di Mister Scudetto Ibrahimovic che di adattarsi ad un gioco collettivo non ne voleva proprio sapere, abituato com’era allo schema dell’Inter palla lunga ad Ibra e pedalare, che è stato svenduto un anno dopo il suo arrivo con una minusvalenza di una quarantina di milioni circa...
Il grande merito della società è stato quello di investire nella cantera (le giovanili) e di credere nei giovani talenti. Infatti dell’attuale pluripremiata rosa diversi pilastri sono il frutto della cantera: Messi, Xavi, Iniesta, Puyol, Piqué, Pedro... Molti dei quali rappresentano l’ossatura della nazionale spagnola campione d’Europa e del Mondo in carica.
Tutti i tifosi di Real, Inter, Milan, Mancheter, Chelsea, Juventus rosicano da morire. Ma oggettivamente è difficile immaginarsi un futuro calcistico non a tinte blaugrana. Negli ultimi due anni la casablanca ha tentato a suon di acquisti milionari (Cristiano Ronaldo, Kakà, Benzema, Ozil, Di Maria, Mourinho) di interrompere lo stra potere dei 7 nani di Guardiola riuscendo solamente a strapparle una misera Copa del Rey ai supplementari.
Il gap tra il Barcellona e le altre big d’Europa, ed in particolare le sbiadite grandi squadre a strisce italiane, è al momento incolmabile. Con buona pace dei tifosi rosiconi come me!
Quello che è ancora più impressionante è l’autorità con la quale riescono a vincere. Basti pensare alla freschissima finale di Wembley. I Blaugrana hanno letteralmente schiantato una delle squadre più forti ed esperte del panorama calcistico mondiale, il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Messi e compagni hanno dominato (escluso forse il primo quarto d’ora) in lungo ed in largo l’avversario giocando una partita pressoché perfetta con estrema naturalezza. Sono riusciti ad avere un possesso palla medio del 63% (!), hanno tirato 16 volte a 3, hanno avuto 6 corner a 0. Numeri impietosi che dimostrano la straripante superiorità dei catalani.
L’enorme merito di Guardiola consiste nell’essere riuscito in brevissimo tempo a dare una identità ben precisa al gruppo. Ossia una squadra che fa del possesso palla, dei passaggi e dei triangoli stretti, del gioco cosiddetto a 2 tocchi, della tecnica e della rapidità la propria imbattibile forza. Infatti (purtroppo) vedere giocare il Barça è uno spettacolo che riconcilia col calcio. Una squadra perennemente in possesso palla votata all’attacco. Che costruisce le proprie azioni con 8 giocatori contemporaneamente; in cui qualsiasi pedina dello scacchiere tattico possiede una buona, se non eccellente, proprietà di palleggio. Con questo sistema di gioco la squadra di Guardiola è perennemente in possesso di palla. In questo modo risulta quasi impossibile per gli avversari riuscire ad attaccarli se non hanno mai il pallone. I maestri d’orchestra sono i due genietti del centrocampo Xavi ed Inesta. I due talenti spagnoli sono perfettamente complementari: uno più portato per le geometrie di gioco, l’altro più abile nel portare palle ed inserirsi negli spazi. Se si aggiunge il miglior giocatore del mondo, il due volte consecutive Pallone d’Oro Leo Messi, allora il gioco è fatto, anzi è vinto!
In tre anni il Barcellona è stato messo sotto solamente nella semifinale di andata di Champions dell’anno passato a San Siro contro l’Inter di Mourinho che si impose per 3-1 ipotecando finale e coppa. I meriti dei nerazzurri furono quelli di annientare i marziani sul piano del fisico, del pressing e dell’intensità. Ma siamo sicuri che non si sia trattato di un caso isolato dovuto ad un periodo di scarsa forma dei campioni catalani?! La prova è data dai successivi incontri del Real di Mourinho contro gli odiati rivali affrontati con la medesima tattica e finiti con la storica manita e con l’eliminazione dalla Champions.
Guardiola è riuscito ad imporre una filosofia in cui il collettivo è più importante delle individualità, a costo di sacrificare soldi e campioni. Basti pensare al bizzoso Eto’o che è stato ceduto, nonostante i suoi 37 gol stagionali, per una questione di feeling col tecnico. Ancora più lampante è l’esempio di Mister Scudetto Ibrahimovic che di adattarsi ad un gioco collettivo non ne voleva proprio sapere, abituato com’era allo schema dell’Inter palla lunga ad Ibra e pedalare, che è stato svenduto un anno dopo il suo arrivo con una minusvalenza di una quarantina di milioni circa...
Il grande merito della società è stato quello di investire nella cantera (le giovanili) e di credere nei giovani talenti. Infatti dell’attuale pluripremiata rosa diversi pilastri sono il frutto della cantera: Messi, Xavi, Iniesta, Puyol, Piqué, Pedro... Molti dei quali rappresentano l’ossatura della nazionale spagnola campione d’Europa e del Mondo in carica.
Tutti i tifosi di Real, Inter, Milan, Mancheter, Chelsea, Juventus rosicano da morire. Ma oggettivamente è difficile immaginarsi un futuro calcistico non a tinte blaugrana. Negli ultimi due anni la casablanca ha tentato a suon di acquisti milionari (Cristiano Ronaldo, Kakà, Benzema, Ozil, Di Maria, Mourinho) di interrompere lo stra potere dei 7 nani di Guardiola riuscendo solamente a strapparle una misera Copa del Rey ai supplementari.
Il gap tra il Barcellona e le altre big d’Europa, ed in particolare le sbiadite grandi squadre a strisce italiane, è al momento incolmabile. Con buona pace dei tifosi rosiconi come me!
venerdì 27 maggio 2011
Barcellona - Manchester: la partita dell'anno
Domani sera si gioca la partita più attesa dell’anno, quella che chiude la stagione calcistica per club 2011-2012 (la finale di Coppa Italia non me ne voglia): la finale di Champions League. Si affronteranno a Wembley il Manchester United dell’Highlander della panchina Sir Alex Ferguson ed il Barcelona del giovane vincente Pep Guardiola in una riedizione della finale di Roma di 2 anni fa. Spesso la Champions offre dibattiti sul reale valore delle finaliste. Questa volta, a differenza dell’anno passato, le squadre che si giocheranno la coppa dalle grandi orecchie sono realmente le due più forti della stagione.
Sia Manchester sia Barcelona hanno vinto 3 Champions League ciascuno.
Rispetto a due anni fa quando il Barça si impose per 2-0 coi gol di Eto’o e di Messi, questa volta i catalani sono dati per favoriti nonostante il vantaggio del fattore campo per gli inglesi. I bookmaker, che sappiamo azzeccare spesso e volentieri le previsioni, quotano la vittoria dei blaugrana a 1,95; il pari (nei tempi regolamentari) a 3,34; e la vittoria dei Red Devils a 3,75.
La partita si vincerà a centrocampo.. Se il Manchester concederà il pallino del gioco nei piedi dei funamboli catalani la partita non avrà storia. Se invece gli uomini di Ferguson, sul modello dell’Inter di Mourinho di un anno fa, riusciranno nell’impresa di fare valere la loro superiore fisicità e si chiuderanno in difesa con 8/9 uomini nella propria metà campo aspettando il Barça forse avranno la possibilità di rendere sterile ed inoffensivo il prolungato possesso palla di Xavi e compagni e di ripartire con dei micidiali e rapidi contropiedi. La saggezza tattica del Mister scozzese è tale che è duopo aspettarci da parte sua una sorpresa. Anche perchè fu già sconfitto due anni fa dalla stessa squadra che praticava lo stesso calcio. Per cui siamo certi che Ferguson avrà avuto modo di studiare le contromisure più efficaci per limitare il gioco della squadra più spettacolare del mondo.
Dal canto suo Guardiola punta sulla serenità e sulla calma dei più forti. La squadra catalana è considerata, a ragione secondo il Polpo, la più forte del mondo. In rosa può vantare il miglior calciatore in attività, la Pulce Messi, ed una lunga serie di campioni del calibro di Xavi, Iniesta, Villa, Dani Alves, Piqué, Puyol... Da 3 anni a questa parte hanno impostato il proprio gioco sul possesso palla e su un atteggiamento offensivo raccogliendo valanghe di gol e di successi. Se lasciati giocare negli spazi sono devastanti. Chiedere della manita a Mourinho.
La partita è piena di storie al suo interno. Per quanto riguarda il Manchester United, il portierone olandese Edwin Van Der Sar disputerà la sua 5° finale di Champions, Gary Neville giocherà la sua ultima partita di calcio da professionista e la leggenda Ryan Giggs dovrà riconquistare la fiducia del padre dopo lo scandalo del flirt con una concorrente del Grande Fratello inglese. Lo storico stadio di Wembley, seppur nella sua antica veste, evoca piacevoli ricordi agli spagnoli avendoci vinto la prima Champions della loro storia nel ’92 contro la Sampdoria di Vialli e Mancini proprio con Guardiola in campo.
Le promesse per uno spettacolo esaltante ci sono tutte. Speriamo dunque che non ci siano espulsioni strane, rigori dubbi e gol in fuorigioco, che sia una bella partita, e che si cali un degno sipario su un’altra grande stagione di calcio.
Sia Manchester sia Barcelona hanno vinto 3 Champions League ciascuno.
Rispetto a due anni fa quando il Barça si impose per 2-0 coi gol di Eto’o e di Messi, questa volta i catalani sono dati per favoriti nonostante il vantaggio del fattore campo per gli inglesi. I bookmaker, che sappiamo azzeccare spesso e volentieri le previsioni, quotano la vittoria dei blaugrana a 1,95; il pari (nei tempi regolamentari) a 3,34; e la vittoria dei Red Devils a 3,75.
La partita si vincerà a centrocampo.. Se il Manchester concederà il pallino del gioco nei piedi dei funamboli catalani la partita non avrà storia. Se invece gli uomini di Ferguson, sul modello dell’Inter di Mourinho di un anno fa, riusciranno nell’impresa di fare valere la loro superiore fisicità e si chiuderanno in difesa con 8/9 uomini nella propria metà campo aspettando il Barça forse avranno la possibilità di rendere sterile ed inoffensivo il prolungato possesso palla di Xavi e compagni e di ripartire con dei micidiali e rapidi contropiedi. La saggezza tattica del Mister scozzese è tale che è duopo aspettarci da parte sua una sorpresa. Anche perchè fu già sconfitto due anni fa dalla stessa squadra che praticava lo stesso calcio. Per cui siamo certi che Ferguson avrà avuto modo di studiare le contromisure più efficaci per limitare il gioco della squadra più spettacolare del mondo.
Dal canto suo Guardiola punta sulla serenità e sulla calma dei più forti. La squadra catalana è considerata, a ragione secondo il Polpo, la più forte del mondo. In rosa può vantare il miglior calciatore in attività, la Pulce Messi, ed una lunga serie di campioni del calibro di Xavi, Iniesta, Villa, Dani Alves, Piqué, Puyol... Da 3 anni a questa parte hanno impostato il proprio gioco sul possesso palla e su un atteggiamento offensivo raccogliendo valanghe di gol e di successi. Se lasciati giocare negli spazi sono devastanti. Chiedere della manita a Mourinho.
La partita è piena di storie al suo interno. Per quanto riguarda il Manchester United, il portierone olandese Edwin Van Der Sar disputerà la sua 5° finale di Champions, Gary Neville giocherà la sua ultima partita di calcio da professionista e la leggenda Ryan Giggs dovrà riconquistare la fiducia del padre dopo lo scandalo del flirt con una concorrente del Grande Fratello inglese. Lo storico stadio di Wembley, seppur nella sua antica veste, evoca piacevoli ricordi agli spagnoli avendoci vinto la prima Champions della loro storia nel ’92 contro la Sampdoria di Vialli e Mancini proprio con Guardiola in campo.
Le promesse per uno spettacolo esaltante ci sono tutte. Speriamo dunque che non ci siano espulsioni strane, rigori dubbi e gol in fuorigioco, che sia una bella partita, e che si cali un degno sipario su un’altra grande stagione di calcio.
venerdì 13 maggio 2011
Messi Vs Ronaldo
Leo Messi o Cristiano Ronaldo? Questo è il dilemma... Sono indubbiamente i due più forti giocatori del mondo. Ma chi è il migliore? L’argentino è un piccolo attaccante esterno, mancino puro, a cui piace partire da destra per accentrarsi e tirare in porta col sinistro, preferibilmente dopo aver dribblato 3 o 4 avversari come birilli. Il portoghese invece è “una montagna incantata di muscoli” (Italo Cucci, poverino). Può ricoprire qualsiasi ruolo del fronte d’attacco. E’ in grado di segnare di destro e di sinistro, di potenza e di classe, di testa o su calcio di punizione. La Pulce è sicuramente più bello da vedere. I suoi slalom palla al piede sono esaltanti per i tifosi. CR7 è arrogante e sfacciato ma la sua forza è inarrestabile. Entrambi sono giovanissimi (24 anni il blaugrana, 26 il blanco) ma hanno già vinto trofei di squadra ed individuali che molti calciatori non vincono in una carriera intera. L’aspetto più impressionante è l’altissimo numero di gol che mettono a segno con imbarazzante regolarità. Sono i 2 migliori marcatori mondiali degli ultimi 3 anni (terzo è Di Natale...). Messi ha segnato 119 gol in 174 partite con la maglia del Barça. Cristiano Ronaldo ha realizzato 84 gol in 196 match quando giocava col Manchester United e addirittura 62 reti in 61 partite (!!!) col Real Madrid! Medie gol da far impallidire Muller e Piola. L’argentino è più simpatico. Umile, basso, bruttino, goffo davanti alle telecamere. Nonostante gli evidenti limiti fisici riesce ad imporsi sul campo verde grazie alla sua rapidità ed al suo immenso talento. Il portoghese invece è la versione forte di David Beckam: capello perennemente ingellato e taglio à la page, stile tamarro ed infinita serie di flirt con soubrette e veline. A suo agio sia nelle foto al mare nelle pagine delle riviste di gossip sia negli spazi pubblicitari dei periodici d’alta finanza, d’Armani vestito.
Il calcio e la vita sono pieni di questi dualismi. Ancora oggi nessuno è mai riuscito ad affermare con certezza chi sia stato il miglior calciatore della storia tra il ragioniere brasiliano Pelé e l’estroso argentino Maradona. Negli anni ‘60/’70 l’Italia si divideva tra Riveristi e Mazzoliani. Anche altri sport hanno vissuto e goduto di grandissime rivalità: Borg e MacEnroe e Federer e Nadal nel tennis, Prost e Senna nella Formula 1, Coppi e Bartali nel ciclismo... Ma non solo nello sport, anche la vita è fatta di dualismi: destra e sinistra, credenti e atei, quelli che preferiscono il gelato al cioccolato e quelli che invece adorano il gelato alla crema, quelli che apprezzano più la morbida Bellucci o l’algida Bruni, quelli che impazziscono per le commedie demenziali dei Vanzina e quelli che guardano solo film di Moretti, giocatori di scopa contro giocatori di briscola, ferraristi contro porschisti, vacanze al mare o vacanze in montagna, auto o moto, pasto o pizza, vino o birra, Beatlesiani e fan dei Rolling Stones, Guelfi o Ghibellini...
Sembra che per esistere, l’uomo abbia bisogna di appartenere ad una categoria in contrapposizione ad un’altra.
E’ inutile cercare di capire chi sia più forte tra Messi e Ronaldo. L’importante è schierarsi da una parte e difendere ad oltranza la propria posizione.
P.S.: anche perché Messi è troppo meglio!
Il calcio e la vita sono pieni di questi dualismi. Ancora oggi nessuno è mai riuscito ad affermare con certezza chi sia stato il miglior calciatore della storia tra il ragioniere brasiliano Pelé e l’estroso argentino Maradona. Negli anni ‘60/’70 l’Italia si divideva tra Riveristi e Mazzoliani. Anche altri sport hanno vissuto e goduto di grandissime rivalità: Borg e MacEnroe e Federer e Nadal nel tennis, Prost e Senna nella Formula 1, Coppi e Bartali nel ciclismo... Ma non solo nello sport, anche la vita è fatta di dualismi: destra e sinistra, credenti e atei, quelli che preferiscono il gelato al cioccolato e quelli che invece adorano il gelato alla crema, quelli che apprezzano più la morbida Bellucci o l’algida Bruni, quelli che impazziscono per le commedie demenziali dei Vanzina e quelli che guardano solo film di Moretti, giocatori di scopa contro giocatori di briscola, ferraristi contro porschisti, vacanze al mare o vacanze in montagna, auto o moto, pasto o pizza, vino o birra, Beatlesiani e fan dei Rolling Stones, Guelfi o Ghibellini...
Sembra che per esistere, l’uomo abbia bisogna di appartenere ad una categoria in contrapposizione ad un’altra.
E’ inutile cercare di capire chi sia più forte tra Messi e Ronaldo. L’importante è schierarsi da una parte e difendere ad oltranza la propria posizione.
P.S.: anche perché Messi è troppo meglio!
lunedì 9 maggio 2011
Mou: chi te lo ha fatto fare?
Volge a conclusione la prima stagione madridista dello SpecialOne ed è tempo di tirare le prime somme. Mou arriverà a fine anno con un dignitoso secondo posto in Liga, una qualificazione alle semifinali di Champions, dove il Real non approdava da diversi anni, e addirittura un titulo, la Coppa del Re, vinta contro gli arcinemici del Barcellona. Si sa, le prime stagioni del portoghese non sono mai esaltanti, anche all’Inter il primo anno vinse il campionato, ma più che per il gioco di squadra per la capacità di fare rendere al massimo Ibra, e poi la concorrenza era assai scarsa, basta pensare che la modesta Juve del finto gentiluomo Ranieri fu tra le contendenti fino a poco dalla fine. Il punto è però un altro: che margine di miglioramento ha in Spagna il Real nei prossimi anni data la presenza della squadra più forte degli ultimi anni e forse della storia del calcio, quale è la formazione guidata da Pep Guardiola? Il confronto quest’anno, ma molto probabilmente, data la giovinezza di Messi & Co., anche nei prossimi, appare quasi ridicolo: non solo il Barça vince quasi sempre, ma soprattutto, e questo a Madrid pesa molto, gioca bene, molto meglio del Real. L’unico modo di batterlo è senz’altro quello adottato da Mou con l’Inter in semifinale l’anno passato e in finale di coppa del Re poche settimane fa: tutti dietro la linea del pallone, anche attaccanti super quotati, attenzione massima sulla fase difensiva e speranza di colpire in contropiede dopo aver rubato un pallone agli incantatori catalani. Tattica a volte efficace, ma per molti versi umiliante, e che certamente presuppone l’accettazione della propria inferiorità.
La domanda a questo punto è: ma perché Mou ha accettato questa sfida impossibile? Probabilmente dopo aver vinto la Champions con una squadra fortissima ma non stellare come l’Inter (per non parlare del Porto di qualche anno fa) il mago di Setubal si è sentito invincibile e si è convinto di poter vincere da solo i tituli… Il problema è che poi in campo ci vanno i giocatori e la possibilità di incidere da parte dell’allenatore rimane tutto sommato limitata. Josè, da uomo intelligente quale è, come aveva capito che con il Barça non si può giocare a viso aperto, avrebbe dovuto anche capire che per il suo prestigio personale e per la sua carriera, questo Barça era meglio lasciarlo stare e limitarsi per qualche anno (almeno fino al pensionamento di Xavi e Iniesta o alla dipartita di Guardiola) a incontrarlo in Champions.
L’esempio del buon Capello peraltro doveva avvisarlo del clima madrileno: lì non basta vincere, bisogna giocare bene, e questo il portoghese non sa cosa voglia dire… Quanti rimpianti poi per essere andato via dall’Inter: con un squadra mezza bollita avrebbe comunque vinto facile il campionato (il Milan lo vince con due terzini da lotta per la salvezza) e si sarebbe fatta rispettare ancora in Europa, oltre ovviamente a mettere in bacheca (lo ha fatto addirittura quella sagoma di Benitez) l’unico trofeo che gli manca, La Coppa del Nonno Intercontinentale.
Insomma Mou, chi te lo ha fatto fare??? O come direbbe Nanni Moretti, “facciamoci del male, andiamo avanti così…”.
Giuseppe Zerutituli
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