Visualizzazione post con etichetta Inter. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Inter. Mostra tutti i post

venerdì 15 luglio 2011

Somme di mezza estate

A metà luglio possiamo considerarci a metà mercato estivo e quando si arriva al giro di boa, si sa, è importante tirare le prime (affrettate) somme.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.


Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.


La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.

L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.

sabato 2 luglio 2011

Quando “non emergono fattispecie disciplinari non prescritte”

Prescrizione è un termine particolarmente inflazionato negli ultimi anni. A volte ingenuamente confuso con l’assoluzione piena (Tg1 docet), significa che un processo muore prima che possa essere effettuata una corretta diagnosi della malattia per mancanza di tempo: scaduti i termini previsti senza che si sia arrivati a una soluzione nel merito, si è costretti a buttare nel cestino centinaia di migliaia di faldoni, carte e cartacce. Cos’è avvenuto ieri? Anche il mondo del pallone ha avuto la sua bella razione di “prescrizioni”: a seguito dell’esposto presentato dalla Juve poco più di un anno fa, che poggiava sulle nuove telefonate tra Facchetti, Moratti, Bergamo e Pairetto emerse nell’inchiesta penale e parallela di Napoli, il procuratore federale Stefano Palazzi ha deciso di archiviare le posizioni dei vertici nerazzurri. Archiviazione in quanto secondo Palazzi “non sono emerse fattispecie disciplinari non prescritte”…


Ma che significa questa doppia negazione (“non” … “non”) un po’ confusa? Semplicemente che, anche ove le telefonate di Giacinto Facchetti e Massimo Moratti con Bergamo, Pairetto e De Santis avessero integrato delle condotte illecite, queste non potrebbero più essere utilizzate oggi perché sono passati troppi anni (nel codice di giustizia sportiva in vigore ai tempi di Calciopoli la prescrizione scattava dopo 2 anni per le società e dopo 4 anni per i dirigenti, dunque comunque la si veda oggi è troppo tardi).

Sembra quasi sadica la formuletta adottata da Palazzi: per ora vi dico che le responsabilità dei nerazzurri sono archiviate, ma… chissà, forse solo perché è passato troppo tempo da quando quelle parole furono pronunciate, o forse le conversazioni in questione sarebbero state comunque irrilevanti dal punto di vista disciplinare, chissà…

Rimane, messa una pietra sopra sul processo sportivo, l’annosa questione dell’assegnazione del titolo 2005-2006: se i fatti commessi da Moratti & C. fossero (nonostante la prescrizione) disciplinarmente rilevanti, il Consiglio federale non potrà non tenerne conto. E per saperlo occorre attendere le motivazioni di Palazzi.

Tutto verrà deciso il 18 luglio, dopo che il consiglio federale (composto tra gli altri da Gianni Rivera, Roberto Baggio, Renzo Ulivieri, Damiano Tommasi e alcuni presidenti di serie A) avrà avuto il tempo di sviscerare le motivazioni della sentenza di Palazzi, che saranno depositate martedì prossimo.

Per ora, rimaniamo appesi alla mancata emersione di “fattispecie disciplinari non prescritte”…

mercoledì 29 giugno 2011

Jimenez: ma dove vuoi andare?

Luis Antonio Jimenez, el mago di Santiago del Chile, ha appena firmato un contratto con lo “squadrone” arabo Al-Ahli Club di Dubai raggiungendo così Fabione Cannavaro e l’ex talentino carioca del Toro Pinga. Forse non proprio un salto di qualità ma sicuramente un bel bottino per l’irrequieto 27enne sudamericano.
Jimenez non sa stare con le mani in mano. E nemmeno con la stessa maglia per più di un anno. Il suo curriculum parla chiaro. Da quando è approdato in Italia nell’estate del 2002 il Mago, se escludiamo il soggiorno a Terni, non è mai riuscito ad indossare per più di una stagione la stessa maglia.


Dalla serie C compie il grande salto passando alla Fiorentina di Toni e Prandelli. Le buone prestazioni non gli valgono la riconferma e così torna a Terni. Luis però non ne vuole sapere della C ed allora a Gennaio si trasferisce alla Lazio dichiarando pomposamente: “ho voluto la Lazio perché ho il mito di Salas”. 16 presenza e 2 gol gli valgono la grande chance nello squadrone nerazzurro di Mancini. La concorrenza è forte e la testa di Jimenez è debole. Le sue prestazioni sono altalenanti e fatica così a ritagliarsi un posto da titolare. Nonostante non abbia convinto resta a Milano ma nella seconda stagione gioca a malapena 6 partite, tutte dimenticabili. A fine anno, manco a dirlo, vuole cambiare aria. Se lo aggiudica l’ambizioso West Ham di Londra. Ma l’impatto col calcio brittanico non è dei migliori: 11 presenze ed 1 gol e la valigia di nuova pronta, destinazione Parma! Gioca con maggiore continuità ma a fine anno i Ducali non lo riscattano. Così Inter e Ternana, proprietarie del suo cartellino, vanno alle buste e con grande sorpresa di tutti ed immensa amarezza dell’interessato, se lo aggiudica la sua vecchia squadra umbra. Dopo un’estate passata tra minacce di stalking e di scioperi, a poche ore dalla chiusura del mercato Jimenez trova un accordo col Cesena e torna così in serie A. Disputa un’ottima stagione. Questa volta sul serio. Diventa titolare negli schemi di Ficcadenti ed a fine anno sarà capocannoniere della squadra romagnola realizzando 9 gol (record personale). Tutti ci aspettiamo che Luis, finalmente apprezzato ed appagato, si fermi nella città della piadina ed invece ecco il colpo di scena finale: il passaggio agli arabi dell’Al-Ahli.
Non è mai stato molto chiaro dove Jimenez volesse andare ma finalmente pare che adesso ci sia arrivato. Il Polpo gli augura un lunghissimo finale di carriera tra la sabbia ed i grattacieli degli Emirati. Difficile, infatti, tornare da Dubai al calcio che conta, ma se a Jimenez dovesse tornare la voglia di viaggiare c’è sempre il Qatar. E poi il Daghestan.

venerdì 24 giugno 2011

Inter: ottima scelta… per caso

A tenere banco nelle ultime settimane è stata la clamorosa rinuncia di Leonardo alla panchina dell’Inter, sulla quale si era seduto soltanto da pochi mesi. Il comportamento per molti versi scorretto dell’ex talento milanista ha lasciato la società neroazzurra senza allenatore a poche settimane dall’inizio della preparazione estiva e nel bel mezzo del calcio mercato. La scelta di Leo di abbandonare la nave per approdare ad un ruolo dirigenziale nell’altra sua ex squadra, il PSG, è stata accolta dalla stampa con una certa bonarietà, anche sulla scorta della simpatica e gradevole immagine che il tecnico si era costruito in questi anni. In realtà il suo atteggiamento, piuttosto discutibile, ce lo si poteva aspettare da un Cassano o da un Balotelli, ma difficilmente da un professionista stimato e ritenuto affidabile, e, in un passato non lontano, anche disposto a rinunce importanti pur di non perdere la faccia (leggi l’addio al Milan per i dissidi con il patron).


Inter dunque spiazzata, ma tutto sommato non così dispiaciuta: Leo aveva fatto bene in questi mesi, aveva apparentemente compattato lo spogliatoio, era riuscito a risalire in classifica fino ad insidiare il Milan, e si era aggiudicato la Coppa Italia, ma… le reticenze dei dirigenti e di parte della tifoseria erano legate ad un dato non sottovalutabile per una squadra di altro livello: nei momenti clou della stagione (Derby, fase eliminatoria di Champions, a suo modo anche la finale di Coppa Italia giocata da provinciale) Leo non aveva saputo tenere a bada la pressione, e tanto meno si era rivelato capace di trasmettere sicurezza ai propri uomini (specialità invece del suo Special predecessore). Le vittorie, è vero, erano arrivate in qualche modo, ma il gioco della squadra non era mai apparso convincente, per non dire poi della gestione della fase difensiva, a dir poco disastrosa.
Branca & Co. dunque si sono ritrovati improvvisamente con le mani libere per poter andare a scegliere una nuova guida tecnica, e qui è iniziato il balletto melodrammatico: lo Special 2 che preferisce il Chelsea, Capello imprigionato nella gabbia dorata inglese, Hiddink che non si sa perché da anni si trova bene solo con le squadre modeste e non se la sente di fare il grande salto, Sinisa fedele ai Dellavalle, Bielsa che non vuole venire in Italia (manco fosse Battisti)… in sostanza i candidati erano rimasti in ben pochi: uno, il più amato dai tifosi, la società inconsapevolmente previdente non l’ha nemmeno preso in considerazione (Zenga), l’altro parrebbe esserselo ritrovato tra le mani quasi controvoglia, Gasperini appunto.


Per molti la scelta della disperazione, e probabilmente così la vive il presidente “mangiallenatori”, ma in realtà si tratta quasi certamente di una delle scelte migliori possibili: l’ex del Genoa è giovane, ama far giocare bene le sue squadre, è ambizioso, polemico il giusto con gli arbitri quando perde tanto per non far rimpiangere Mou, non guarda in faccia a nessun fenomeno bisbetico, conosce parte dei probabili titolari (Milito, Motta, Ranocchia, Karjha). Punti deboli pochi, ma di rilievo: inesperto a livello internazionale e di grandi club (ma prima o poi si deve pur cominciare…), fissato con il 3-4-3. Un modulo che difficilmente si può adattare all’Inter attuale: chi sarebbero le due ali dietro a Pazzini (o Milito)? Eto’o avrà ancora voglia di fare su e giù come ai tempi del portoghese? Sull’altra fascia sarebbe necessario un acquisto di livello, e la società di questi tempi non pare disposta. Poi il caso Snejder: già intenzionato a partire per l’Inghilterra, l’arrivo di Gasperini potrebbe spingerlo ancor più in quella direzione, a meno che decida di adattarsi a fare l’ala. Resta un difetto, probabilmente l’unico imperdonabile per i tifosi, la fede bianconera… ma forse anche Gasp (come Leo passato quasi per ripicca ai cugini) sarà mosso da un senso di rivalsa nei confronti della società amata che in questi anni gli ha preferito un po’ chiunque, da “Ciro che bontà” a “capellone” Conte.

Giuseppe Zerutituli

lunedì 20 giugno 2011

Ronaldo: il fenomeno

Martedì 7 giugno 2011 a San Paolo si è ufficialmente chiusa la carriera di Luis Nazario de Lima, noto a tutti (chissà perché) come Ronaldo, in una partita amichevole tra le nazionali brasiliane e rumene.
Il calcio si inchina a quello che è stato uno dei più grandi centroavanti della storia del calcio. A patto, certo, che una pidocchiosa amichevole con la Romania passi per un inchino.


Ronaldo, per tutti semplicemente il Fenomeno, è stato il prototipo del calciatore moderno: si è conquistato l’amore di i tifosi, intellettuali e massaie con le sue incredibili accelerazioni palla al piede, le sue pubblicità Nike e le innumerevoli fidanzate e mogli e scappatelle con tanto di trans, ai suoi gravi infortuni, alle sue pronfonde discese ed alle sue vertiginose ascese.
Mentre il mondo del pallone piangeva il prematuro ritiro dall’attività professionistica di Marco Van Basten ed applaudiva il genio di Roberto Baggio, il Brasile conquistava il suo quarto titolo mondiale a Pasadena. Di quella Selecao faceva parte un ragazzino coi dentoni in fuori ed un sorriso birichino. A soli 18 anni Ronaldo vinceva un mondiale senza nemmeno scendere in campo. Questo è un privilegio che solo i predestinati hanno la fortuna di avere.
Ronaldo nasce il 22 settembre del 1976 a Rio De Janeiro. Fin da bambino sogna di diventare un calciatore e di indossare un giorno la mitica maglia verdeoro della Selecao. Muove i suoi primi passi da giocatore nel Social Ramos. Nel ’93, non ancora maggiorenne, passa al rinomato Cruzeiro e si confronta col calcio vero. Il talento di questo ragazzino magro e velocissimo è immenso. I primi ad accorgernesene sono gli olandesi del PSV Eindoven che lo portano in Europa nell’estate del ’94. In due stagioni Ronaldo realizza 42 gol in 46 partite. Tutte le big d’Europa gli mettono gli occhi addosso. E’ il Barcellona a spuntarla. In un anno in Catalogna Ronaldo mette a segno 34 gol in 37 partite e vince il titoli di Pichichi in Liga e la Coppa delle Coppe. Ormai è un Top Player di livello mondiale.
A Milano, sponda nerazzurra, c’è un nuovo Presidente, Massimo Moratti, ricco ed ambizioso e che stravede per il calcio sudamericano. Moratti si innamora del talento di questo ragazzo di 1m80 capace di andare in rete ogni volta che scende in campo e compie un’autentica pazzia per portare il Fenomeno a Milano. Con Ronaldo arrivano a Milano uno stuoio di sponsor e di interessi economici che arricchiscono il trasferimento più caro dell’epoca. Il pubblico nerazzurro è in fermento.
L’acquisto del fortissimo attaccante brasiliano ha riaccesso la fiammella dell’orgoglio nerazzurro a lunga calpestata da anni di domini rosso-bianconeri. Lo squadrone nerazzurro disputa una grande stagione arrivando seconda in campionato alle spalle dell’imbattibile Juve di Del Piero, Inzaghi e Zidane e conquista la Coppa Uefa in finale contro la Lazio. Ronaldo non delude le attese. Gioca una stagione di livello altissimo coronata col Pallone d’Oro. È lui l’autentico trascinatore della squadra di Simoni.

A Giugno ci sono i mondiali di Francia ed il Brasile campione in carica è il grande favorito. Ronaldo è la punta di diamante di una squadra imbottita di campioni. Il 12 Luglio si disputa la finalissima allo Stade de France tra il Brasile ed i padroni di casa della Francia. Nella notte Ronaldo si è sentito male ed ha avuto un forte attacco epilettico. Le sue condizioni sono precarie ma la voglia di giocare una finale mondiale è troppo forte. Il suo fisico è spossato e la sua prestazione ne risente. La Francia, guidata da un immenso Zidane, si impone per 3-0 e conquista così il suo primo campionato del mondo di calcio.

Assorbite le delusioni mondiali, Ronaldo torna alla Pinetina più carico che mai ignaro dei brutti scherzi che il destino ha in serbo per lui. Il Fenomeno si infortuna gravemente per 2 volte consecutive mettendo a rischio la possibilità di continuare a giocare. Trascorre quasi 2 anni lontano dai campi da gioco. In 4 anni Ronaldo mette insieme la miseria di 45 presenze. Sono in molti ad avere dubbi sulle reali possibilità del ragazzo di tornare ad essere il campione di un tempo. Ma Ronaldo ha una volontà di ferro. Non smette di credere nel suo recupero neppure per un istante. Ed alla fine sarà lui ad averla vinta su tutti gli scettici.

Nel Giugno del 2002 ci sono i mondiali di calcio nippocoreani. Ronaldo è tirato a lucido. Si dichiara in forma come nel ’98. Ai predestinati il destino restituisce sempre ciò che ha tolto. Ronaldo torna ad essere il Fenomeno ed ad incantare nel palcoscenico più prestigioso. Compone con Rivaldo e Ronaldinho un tridente da sogno. Trascina a suon di gol e di magie il Brasile alla finale contro la Germania. Ronaldo sa che ha già sbagliato e perso la finale di 4 anni fa. Ma questa volta è diverso. Il Brasile è determinato a vincere ed il Fenomeno decide il campionato del mondo con una meravigliosa doppietta. Ronaldo è tornato forte e decisivo come prima. Tutto il mondo del calcio è felice di riabbracciare il più grande talento brasiliano degli ultimi 20 anni. Il mondiale gli varrà anche l’assegnazione del secondo Pallone d’Oro.
Adesso Ronaldo è di nuovo all’apice del successo e decide di cambiare squadra stufo di non vincere nulla e del tecnico Cuper e dei suoi metodi da sergente di ferro. Sceglie il Real Madrid dei Galacticos. Moratti, come tutto il popolo nerazzurro, si sente tradito ma decide di lasciar partire lo stesso il suo pupillo. In 4 anni con la camiseta blanca segna 104 gol in 177 partite.
Ronaldo è sempre il Fenomeno ma il peso degli anni e degli infortuni cominciano a farsi sentire. Ronaldo ha sempre avuto 2 grandi passioni fuori dal campo: le donne ed il cibo. Negli anni ha collezionato una serie infinita di flirt, fidanzamenti, matrimoni, divorzi, figli più o meno legittimi... Sempre accompagnato dalle copertine dei rotocalchi di gossip di tutto il mondo. Negli ultimi anni della sua carriera queste due passioni si fanno sempre più forti ed invadenti ed il pallone sembra quasi passare in secondo piano. Se ne accorge per primo Fabio Capello. In pochi mesi da allenatore del Real Madrid rilega in panchina il gordo Ronaldo che non ci sta e nella finestra di mercato invernale decide di andarsene per continuare a giocare. La squadra che si fa avanti con maggiore convinzione è il Milan. Ronaldo non esita e firma un biennale. La Milano nerazzurra è in rivolta. I pochi tifosi che gli perdonarono la partenza dopo anni di coccole in infermeria non accettano questo ulteriore sgarbo. Al primo derby gli inferociti tifosi interisti gli confezionano un’accoglienza infernale con fischi e cori contro.


Ronaldo, senza aggiungere inutili polemiche, risponde come sa: giocando e segnando. La sua esperienza nella Milano rossonera durerà un anno, bruscamente interrotta dall’ennesimo grave infortunio al ginocchio. Il ragazzo ha 32 anni ma il peso dei gravi e continui infortuni alle ginocchia e le innumerevoli operazioni si fanno sentire. Non ha più la forza e gli stimoli per ripartire da zero un’altra volta. Ronaldo si lascia andare in un vortice di donne, trans, serate, alcool, cibo e feste. Il risultato è che il giocatore ingrassa e perde l’appeal di un tempo. Nessun top team europeo lo cerca. Allora il ragazzo torna in patria dopo 15 anni di gol, dribbling e magie in Europa. Firma un biennale col Corinthias. Vince una Coppa del Brasile e segna 18 gol in 31 partite. Il calcio sudamericano però non gli restituisce la voglia di soffrire e di sacrificarsi. Ronaldo continua la sua deriva e diventa sempre più grasso e sempre meno un atleta.
Martedì 7 giugno 2011 Ronaldo saluta per sempre il calcio professionistico disputando un’ultima partita con la Selecao. Tutti gli appassionati di calcio non dimenticheranno mai le sue accelerazioni inarrestabili, i suoi dribbling letali, le sue spettacolari magie ed i suoi tantissimi gol. Un giocatore che ha sempre interpretato il calcio come un gioco ed ha sempre sorriso giocando.

sabato 14 maggio 2011

Esproprio proletario

Nel lontano 2008 il secondo governo Prodi approvava la cosiddetta "legge Melandri" sui diritti televisivi, che tra i tanti sport andava a stravolgere gli equilibri ormai consolidati anche del mondo del calcio nostrano. In sostanza si tornava alla contrattazione collettiva con una spartizione più equa dei cospicui ricavi, fino ad allora quasi esclusivamente appannaggio delle Grandi, che stabilivano individualmente il prezzo con le emittenti televisive.
A quattro anni di distanza il centrosinistra è tornato mestamente laddove si trova meglio per tradizione storica e per naturale propensione masochistica, ovvero all'opposizione, ma l'ennesima legislatura sotto il segno del Cavaliere di Arcore non pare aver inciso nemmeno su questo terreno che, in quanto presidente di una delle Grandi, il Milan, avrebbe potuto interessarlo maggiormente. Invece a riprova della assoluta incapacità di governo del Cavaliere in tutti gli ambiti, la legge contestata fatta da una delle più improbabili ministre dello sport della storia repubblicana è rimasta tale e quale: perché allora se ne torna a parlare? Il fatto è che la legge prevedeva certo la contrattazione collettiva ed una spartizione più equa della torta, ma con un certo buon senso riservava una parte, il 25%, alle Grandi, nel senso che lo assegnava in base al numero di tifosi delle squadre. Qualche settimana fa le Piccole, con l'appoggio dell'assenteista presidente della lega, Beretta, ha votato la delibera che affida a tre nuove agenzie le indagini demoscopiche per stabilire il numero di tifosi di ciascuna squadra. Milan, Juve, Napoli, Inter e Roma si sono allora rivolte alla Alta Corte di Giustizia che ha per il momento bloccato il provvedimento. La spaccatura appare però grave tanto da far ricorrere ad inusuali considerazioni il sempre fuori luogo Andrea Agnelli, che addirittura ha minacciato di portare la Juve a giocare in un altro campionato. L'ad dell'Inter Paolillo dal canto suo è rimasto più sulla terra pur prospettando la possibilità che il mercato estivo delle grandi venga fatto solo tra di loro, per non dare soldi alle proletarie ribelli.
L'idea livellatrice che aveva ispirato la Melandri e che ora spinge le piccole è quella di dar vita ad un campionato più equilibrato nel quale lo strapotere economico di poche grandi società non decida già in partenza l'esito finale della competizione. Come spesso accade nella legge, che ha comunque il merito di porsi un problema reale, si mescola del buono e del cattivo: il desiderio di riequilibrare le cose tiene nel giusto conto il fatto che le grandi da sole non potrebbero giocare e che ogni anno dalle piccole prendono giocatori giovani che non avrebbero tempo di far maturare.
Accanto a questo genere di iniziativa sarebbe stato necessario però permettere ai grandi club di avere il via libera per la costruzione dei propri stadi in modo da permettere a chi investe di più di guadagnare di più per restare al passo con le maggiori squadre europee. Tutto sommato, se si guarda all'estero il nostro campionato appare ben più equilibrato e vincere per Milan, Inter e compagnia non è mai scontato; resta da vedere se perché il livello delle grandi è ormai misero (come porterebbero a pensare le figuracce europee e lo scudetto di un modesto Milan insidiato a lungo da squadre come Udinese o Napoli) o per il valore delle piccole nostrane.
Come era scontato attendersi dalle alte sfere del sport italiano (leggi l'inconfondibilmente incapace ebete/Abete) parlare di prese di posizione risulta fuori luogo, piuttosto solito invito buonista alla conciliazione. Per non parlare poi dell'esecutivo: la maggioranza, impegnatissima a sfornare leggi per il Padrone/ladrone, non ha tempo di occuparsi del futuro dei giovani e più in generale dell'economia italiana, figuriamoci se si mette a intervenire sul sempre spinoso tema calcistico, peraltro non esente da conflitto di interesse. Toccherà aspettare il prossimo ministro dello sport di centrosinistra... direi che si può aspettare con tutta calma.

Giuseppe Zerutituli

venerdì 13 maggio 2011

L'Uomo di Mervha

Scoppiettante polemica sui giornali nazionali tra Ringhio Gattuso e il Milan da una parte e Leonardo e l'Inter dall'altra. Il Polpo, otre ad arricchire il dibattito con le sue due lire, regala ai fedelissimi lettori una profezia nuova di zecca, trovatela sul retro ben impacchettata nel celofan. Ricapitoliamo: Gattuso viene ripreso da una coraggiosa videocamera senza frontiere - si prevede il Pulitzer - gridare assieme un gruppetto di bruti tifosi "Leonardo uomo di merda, Leonardo uomo di merda" (punteggiatura nostra). Gattuso poi riferisce ai giornali di essere a conoscenza di particolari segreti che giustificano l'urgenza della dura presa di posizione gattusiana.

Il ciuffo ribelle di Mister Leonardo, anch'esso si presume fatto di feci, non ci sta e, tramite un comunicato ufficiale sul sito della squadra, l'allenatore dell’Inter rivela che al momento del suo abbandono del Milan Gattuso l'aveva personalmente lodato per l'immacolata coerenza. Leonardo poi invita il Milan ad esprimere una linea ufficiale sulla faccenda. Galliani, che in quanto a linee politiche ha ereditato la schiettezza del nostro suo presidente interviene con forza e in una nota ai giornali fa sapere: "sdrammatizziamo". Purtroppo la dichiarazione perde per strada i due punti che dovrebbero seguirla, l'intenzione rimane soltanto nel verbo che si vede a questo punto costretto a sdrammatizzare se stesso. Puntuale arriva la contro reazione dello squalo Moratti che, aprendo la bocca giusto abbastanza perché non gli cada la Nazionale, polemizza sottilmente con il suo allenatore e dimostra il coraggio di una dura autocritica. Moratti, per sfuggire ai luoghi comuni, commenta: "non c'è bisogno di alcun commento, le immagini si commentano da sole". Alle dichiarazioni sofisticate di tutti questi luminari che si affrettano a chiosare sulle meditate parole di un ragazzo uomo di 33 anni in mutande che si fa chiamare Ringhio ci preme aggiungere la nostra profezia: in un seguitissimo messaggio su youTube Ringhio giurerà sui sui figli che le parole della sua invettiva erano in realtà "Leonardo uomo di Mervha, Leonardo uomo di Mervha" (punteggiatura nostra). Mervha, dunque, una grazioso villaggio brasiliano e non merda, escrementi. Verrà dunque alla luce la nobile intenzione di Ringhio di smascherare l'ignobile bugia di Leonardo che si e' sempre dichiarato nativo di Niterói. Segue riproduzione dell'originale certificato di nascita, scovato dai segugi di Ringhio in un archivio dell'isola di Santa Lucia.
Massì continuiamo così, facciamoci del male.

Ottorino Maggio

lunedì 9 maggio 2011

Mou: chi te lo ha fatto fare?

Volge a conclusione la prima stagione madridista dello SpecialOne ed è tempo di tirare le prime somme. Mou arriverà a fine anno con un dignitoso secondo posto in Liga, una qualificazione alle semifinali di Champions, dove il Real non approdava da diversi anni, e addirittura un titulo, la Coppa del Re, vinta contro gli arcinemici del Barcellona. Si sa, le prime stagioni del portoghese non sono mai esaltanti, anche all’Inter il primo anno vinse il campionato, ma più che per il gioco di squadra per la capacità di fare rendere al massimo Ibra, e poi la concorrenza era assai scarsa, basta pensare che la modesta Juve del finto gentiluomo Ranieri fu tra le contendenti fino a poco dalla fine. Il punto è però un altro: che margine di miglioramento ha in Spagna il Real nei prossimi anni data la presenza della squadra più forte degli ultimi anni e forse della storia del calcio, quale è la formazione guidata da Pep Guardiola? Il confronto quest’anno, ma molto probabilmente, data la giovinezza di Messi & Co., anche nei prossimi, appare quasi ridicolo: non solo il Barça vince quasi sempre, ma soprattutto, e questo a Madrid pesa molto, gioca bene, molto meglio del Real. L’unico modo di batterlo è senz’altro quello adottato da Mou con l’Inter in semifinale l’anno passato e in finale di coppa del Re poche settimane fa: tutti dietro la linea del pallone, anche attaccanti super quotati, attenzione massima sulla fase difensiva e speranza di colpire in contropiede dopo aver rubato un pallone agli incantatori catalani. Tattica a volte efficace, ma per molti versi umiliante, e che certamente presuppone l’accettazione della propria inferiorità. 
La domanda a questo punto è: ma perché Mou ha accettato questa sfida impossibile? Probabilmente dopo aver vinto la Champions con una squadra fortissima ma non stellare come l’Inter (per non parlare del Porto di qualche anno fa) il mago di Setubal si è sentito invincibile e si è convinto di poter vincere da solo i tituli… Il problema è che poi in campo ci vanno i giocatori e la possibilità di incidere da parte dell’allenatore rimane tutto sommato limitata. Josè, da uomo intelligente quale è, come aveva capito che con il Barça non si può giocare a viso aperto, avrebbe dovuto anche capire che per il suo prestigio personale e per la sua carriera, questo Barça era meglio lasciarlo stare e limitarsi per qualche anno (almeno fino al pensionamento di Xavi e Iniesta o alla dipartita di Guardiola) a incontrarlo in Champions.
L’esempio del buon Capello peraltro doveva avvisarlo del clima madrileno: lì non basta vincere, bisogna giocare bene, e questo il portoghese non sa cosa voglia dire… Quanti rimpianti poi per essere andato via dall’Inter: con un squadra mezza bollita avrebbe comunque vinto facile il campionato (il Milan lo vince con due terzini da lotta per la salvezza) e si sarebbe fatta rispettare ancora in Europa, oltre ovviamente a mettere in bacheca (lo ha fatto addirittura quella sagoma di Benitez) l’unico trofeo che gli manca, La Coppa del Nonno Intercontinentale.
Insomma Mou, chi te lo ha fatto fare??? O come direbbe Nanni Moretti, “facciamoci del male, andiamo avanti così…”.

Giuseppe Zerutituli

sabato 30 aprile 2011

Il Talento del Mister Leonardo

Sostenuto a malapena dalla debite promesse “di provarci fino alla fine” e dalle necessarie dichiarazione di lottare “fino a che la matematica ce lo consenta”, il campionato di calcio, ormai deciso da qualche settimana, si avvia sommessamente verso la fine. Restano, certamente, le passioni di che dovrà presto festeggiarne la vittoria in Piazza del Duomo e di chi purtroppo dovrà abbandonarlo sconfitto nella battaglia per l’ulima salvezza in palio. L’interesse di tutti gli altri si dirige invece verso la fase finale della Champions League e verso un altro scudetto: quello del prossimo anno.
Tra le storie di questo finale di stagione già così orientato verso la prossima emerge quella che riguarda la designazione dell’allenatore dell’Inter per la prossima stagione. Protagonisti da un parte Leonardo, che con un orgogliso quanto superfluo finale di stagione punta a vedersi riconfermato in uno dei migliori posti di lavoro del calcio mondiale, e dall’altra la società meneghina che nella recente gestione Moratti ha dimostrato nella scelta degli allenatori coraggio, spegiudicatezza, impazienza e imprevidibilità, spesso tutti assieme.
Dopo uno sfortunatissimo inizio di campagna con Benitez l’Inter sembrava avere trovato con Leonardo nello spogliatoio quell’equilibrio tra unità e grinta che erano il segno, insieme alla debolezza della concorrenza, degli strabilianti successi degli ultimi anni.
Benitez, a parte gli infortuni, le circostanze sfortunate e gli errori, ha probabilmente pagato la poca predisposzione della società a tollerare un altro allenatore arrogante dopo la saturazione dell’esperienza Mourinho. L’arroganza di Mouirinho è guascona e impertinente, quella di Benitez è seriosa e poco televisiva. Mourinho, poi, ha vinto tutto, Benitez ha cominciato perdendo.
Leonardo, indipendente e dignitoso, colto ed elegante, amato da stampa e giocatori, sembrava il personaggio perfetto per sostituire Mourinho. Ha retto con grazia il passaggio antipatico e difficile da un campanile all’altro, ha ricompattato la squadra e ricominciato a vincere. Quando bisognava vincere assolutamente, però, la squadra di Leonardo ha perso. Di nuovo.
Cosa farà adesso Moratti? Scommetterà su uno splendido allenatore finora perdente o rilancerà la scommessa impossibile di rimpiazzere Mourinho e ripeterne i risultati?

Ottorino Maggio