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venerdì 23 settembre 2011
L'improbabile look di Ibrahimovic
"Only God and Octpuses can judge me" recita assennatamente il tatuaggio impresso su un fianco di Zlatan Ibrahimovic.
Certo, accanto alla contentezza per la fiducia accordata ai cefalopodi dal campione svedese, rimane il rimorso per gli esclusi, magistratura e Gazzetta dello Sport in primis.
Il Polpo comunque questo anticipo sul giorno del giudizio ha deciso di spenderlo su una delle sfacettature più interessanti dell’asso di Malmoe: il sempre cangiante look.
Ibra, si è detto da più parti, cambia acconciatura con la stessa frequenza con cui cambia squadra.
Vediamolo dunque in alcuna tra le sue più significative espressioni chiomatiche:
Ibra col ciuffetto
Ibra col taglio in stile Nesta
Ibra Marines
Ibra con capelli lunghi e piastrati alla Renatone Zero
venerdì 15 luglio 2011
Somme di mezza estate
A metà luglio possiamo considerarci a metà mercato estivo e quando si arriva al giro di boa, si sa, è importante tirare le prime (affrettate) somme.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.
Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.
La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.
L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.
Permettete al Polpo di esprimere i suoi più sentiti complimenti a De Laurentiis e Lotito che sono stati i due autentici mattatori di questa prima metà del mercato estivo 2011.
Napoli e Lazio sono, infatti, le due squadre che si sono rafforzate più delle altre.
Il Milan, quest’anno parte da -560 milioni, e sembra non avere i mezzi per condurre un mercato all’altezza di quelli passati. L’Inter, a causa dell’improvviso abbandono di Leonardo, si è ritrovata spiazzata ed ha dovuto rivedere completamente i suoi piani. La Roma sta attraversando la fase del passaggio di proprietà e fino ad ora gli yankees si sono dimostrati più interessati a cambiare il management che a rinforzare la rosa. La Juve gestita dalle sapienti zampette di Mar(m)otta attaglianato dalla sindrome della “bella addormentata nel bosco”, ha visto sfumare Sanchez, Tevez ed Aguero e ormai ha come obiettivo numero uno convincere i tifosi che l’americano non è un ripiego.
A tutt’altro gioco hanno giocato Napoli e Lazio. I partenopei hanno dimostrato una grande forza societaria blindando due gioielli come Mazzarri ed Hamsik attratti dalle sirene degli squadroni del nord. Scongiurato il pericolo di una diaspora in stile Udinese, la coppia Bigon – De Laurentiis ha messo a segno nell’ordine i colpi Donadel, Dzemaili, Santana ed il contesissimo leone Inler rafforzando il reparto più debole, il centrocampo. Manca un difensore esperto ed un attaccante di riserva e gli azzurri saranno pronti a lottare per lo scudetto e a non farsi ridere dietro in Champions.
La Lazio invece è stata la vera sorpresa. Lotirchio ci aveva abituati a mercati monotoni nel segno del costo zero. In questa finestra di mercato, forse per non sfigurare davanti ai nuovi cugini a stelle e strisce, il presidente latinista si è letteralmente scatenato comprando Klose, Cissé, Marchetti, Konko e Stankevicious (molti a parametro zero, ora che ci penso). Con un reparto offensivo che comprende Klose, Cissé, Floccari, Zarate, Rocchi, Hernanes i tifosi biancocelesti sono autorizzati a sognare in grande. Lotito, però, non ha perso le buone abitudini ed è riuscito a vendere alla Juve (guarda caso) il discreto terzino Lichtsteiner alla cifra di 10 milioni di euro.
L’estate è ancora lunga, Marmotta è in tempo per svegliarsi, Moratti fa in tempo a scatenarsi, e le sorti del governo potrebbero costringere il Milan ad un’altra gloriosa campagna acquisti.
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sabato 28 maggio 2011
Palazzo Chigi Vs via Turati
Nel dicembre scorso, in piena crisi di governo, quando il destino politico del cavaliere di Arcore sembrava al tramonto a seguito della fuoriuscita dei finiani dal Pdl, uno dei più autorevoli milanisti del panorama politico, il ministro leghista Bobo Maroni se ne uscì con una pessimistica previsione: “Quando il Milan va bene di solito le cose vanno male per il Berlusconi politico, ma spero di sbagliarmi…”.
Ed invece il baffuto ideatore della tanto odiata tessera del tifoso aveva proprio ragione, dalla sua parte infatti non stanno soltanto l’esito, per ora, disastroso delle elezioni comunali, ma anche la statistica degli ultimi quindici anni di regno berlusconiano. Proviamo ad entrare nello specifico: dalla sua discesa in campo del suo presidente nel lontano ’94 il Milan vince per la prima volta lo scudetto nella stagione 1995-96, in perfetta corrispondenza con il primo crollo dell’esigua maggioranza di centrodestra, presto abbandonata dall’allora turbolento e imprevedibile Senatur, e con la vittoria elettorale della coalizione avversaria guidata da quello che poi sarà definito “l’utile idiota”, ovvero Romanone Prodi. Gli anni del centrosinistra, si sa, sono stati anni di grandi inciuci e piccoli ribaltoni dalemiani, ma soprattutto e paradossalmente sono stati gloriosi per le finanze delle aziende del cavaliere (epica la rassicurazione pubblica del DS Violante in parlamento: “stia tranquillo le televisioni non gliele tocchiamo”). Il Milan non sfugge alla tendenza: nel 1998-99 arriva un altro scudetto. Poi il paese decide di cambiare e di riaffidarsi al mago di Arcore: per la squadra per forza di cose le delusioni iniziano a susseguirsi. In 5 anni di Berlusconi bis il bottino di via Turati è misero: uno scudetto nel 2003-2004 ed una Champions nel 2002-03, vinta ai rigori con la Juve moggiana, subito controbilanciata dalla bruciante sconfitta due anni dopo con il Liverpool sempre in finale per 4 a 3, in seguito ad una delle più clamorose (e gustose) rimonte di sempre. La seconda vittoria di Prodi con la sua coalizione extralarge sarà di corta durata, ma lascia il tempo al Milan di aggiudicarsi un’altra Champions nel 2006-2007 con tanto di succosa vendetta su Gerrard, Benitez e compagni. Poi il cavaliere torna a palazzo Chigi ed ecco che seguono anni durissimi per la Milano rossonera costretta a vedere trionfare i cugini per lunghi anni, fino al Triplete dell’anno passato, che non a caso è stato uno dei periodi nei quali il presidente ha goduto di maggior popolarità, malgrado prostitute, tangenti, bertoladri e quant’altro.
Estate 2010: Berlusconi, in piena rotta con Fini, decide di allentare l’attenzione mediatica sulla crisi della sua maggioranza ricorrendo al colpo di mercato, Ibrahimovic in rossonero. L’arrivo del talismano svedese sancisce però inevitabilmente il destino politico del Cav e quello sportivo del Milan: scudetto per Allegri, tramonto, forse definitivo, della passione tutta italiana per il Berlusca, al quale non rimane che fare campagna acquisti anche in parlamento.
Ora in molti, tra cui il Polpo, si augurano che il Milan continui a vincere per un bel po’ di anni…
Giuseppe Zerutituli
Ed invece il baffuto ideatore della tanto odiata tessera del tifoso aveva proprio ragione, dalla sua parte infatti non stanno soltanto l’esito, per ora, disastroso delle elezioni comunali, ma anche la statistica degli ultimi quindici anni di regno berlusconiano. Proviamo ad entrare nello specifico: dalla sua discesa in campo del suo presidente nel lontano ’94 il Milan vince per la prima volta lo scudetto nella stagione 1995-96, in perfetta corrispondenza con il primo crollo dell’esigua maggioranza di centrodestra, presto abbandonata dall’allora turbolento e imprevedibile Senatur, e con la vittoria elettorale della coalizione avversaria guidata da quello che poi sarà definito “l’utile idiota”, ovvero Romanone Prodi. Gli anni del centrosinistra, si sa, sono stati anni di grandi inciuci e piccoli ribaltoni dalemiani, ma soprattutto e paradossalmente sono stati gloriosi per le finanze delle aziende del cavaliere (epica la rassicurazione pubblica del DS Violante in parlamento: “stia tranquillo le televisioni non gliele tocchiamo”). Il Milan non sfugge alla tendenza: nel 1998-99 arriva un altro scudetto. Poi il paese decide di cambiare e di riaffidarsi al mago di Arcore: per la squadra per forza di cose le delusioni iniziano a susseguirsi. In 5 anni di Berlusconi bis il bottino di via Turati è misero: uno scudetto nel 2003-2004 ed una Champions nel 2002-03, vinta ai rigori con la Juve moggiana, subito controbilanciata dalla bruciante sconfitta due anni dopo con il Liverpool sempre in finale per 4 a 3, in seguito ad una delle più clamorose (e gustose) rimonte di sempre. La seconda vittoria di Prodi con la sua coalizione extralarge sarà di corta durata, ma lascia il tempo al Milan di aggiudicarsi un’altra Champions nel 2006-2007 con tanto di succosa vendetta su Gerrard, Benitez e compagni. Poi il cavaliere torna a palazzo Chigi ed ecco che seguono anni durissimi per la Milano rossonera costretta a vedere trionfare i cugini per lunghi anni, fino al Triplete dell’anno passato, che non a caso è stato uno dei periodi nei quali il presidente ha goduto di maggior popolarità, malgrado prostitute, tangenti, bertoladri e quant’altro.
Estate 2010: Berlusconi, in piena rotta con Fini, decide di allentare l’attenzione mediatica sulla crisi della sua maggioranza ricorrendo al colpo di mercato, Ibrahimovic in rossonero. L’arrivo del talismano svedese sancisce però inevitabilmente il destino politico del Cav e quello sportivo del Milan: scudetto per Allegri, tramonto, forse definitivo, della passione tutta italiana per il Berlusca, al quale non rimane che fare campagna acquisti anche in parlamento.
Ora in molti, tra cui il Polpo, si augurano che il Milan continui a vincere per un bel po’ di anni…
Giuseppe Zerutituli
lunedì 9 maggio 2011
Lo Scudetto triste
Se la foto simbolo del diciottesimo scudetto rossonero immortala su tutti i giornali e i siti internet l’abbraccio di lady Barbara Berlusconi al Papero Pato, inevitabilmente si aprono alcuni interrogativi sul valore tecnico dell’impresa rossonera. Davvero la componente sportiva merita di essere oscurata dal lato gossipparo della medaglia? La bionda chioma di Barbara buca lo schermo più di una magia di Ibrahimovic?
Campionato mediocre, senza dubbio, con i terribili campi di gioco spelacchiati e ingialliti a simboleggiare la necessità di un rinnovamento tecnico e strutturale, di immissione di forze fresche dal basso fino ai piani alti, laddove troneggiano come cariatidi i dirigenti di una carovana ormai imbolsita, seduti su spalti grigi e cadenti.
“E’ il primo scudetto vero dall’estate di Calciopoli” ha commentato Fabio Capello da Londra, ma senza eccessivo british-style. Sarà, ma (polemiche e orgogli di bottega a parte) quel che è certo è che il tricolore conquistato da Max Allegri interrompe la quinquennale abbuffata nerazzurra, riequilibrando il computo dei trionfi nazionali nella città di Milano (18 pari).
C’è in effetti qualcosa di fiacco nella nostra serie A, di stanco e forzato. Ci eravamo goduti il Galliani di giallo incravattato saltellare con maggior convinzione in altre occasioni. Eppure l’astinenza da titulo nazionale (8 anni dall’ultimo scudetto, un’eternità sportiva) avrebbe autorizzato qualche piroetta in più. Vero che il trionfo, oltre che giusto e meritato, era ormai annunciato da tempo, ma la mancanza dell’effetto sorpresa non basta a spiegare gli entusiasmi compassati e i discorsi già inesorabilmente orientati sul futuro (Ibra che promette un super-Milan in Champions l’anno prossimo).
Proviamo per un attimo a indossare i panni dell’ottimismo e ad analizzare la vittoria del Milan in modo classico, fingendo che la serie A sia ancora il miglior campionato del mondo: tra i protagonisti del successo menzioniamo Abbiati, la classe immortale di Nesta, l’esplosione di Thiago Silva, il miglior difensore del mondo a detta di molti (concordiamo), la splendida resurrezione di Seedorf e Gattuso, le reti pesantissime di Pato, le piroette di Robinho.
Ma l’uomo che ha saputo plasmare attorno a sé il successo, capace di far crollare a suon di spallate e di acrobazie per palati fini gli equilibri del campionato è senza dubbio Zlatan Ibrahimovic. Un uomo solo al comando. Almeno per 2/3 di stagione Ibra ha dettato legge alla serie A intera, distillando gocce di mentalità vincente nell’ambiente rossonero e caricandosi sulle spalle le nevrosi di una squadra insicura e da troppo incapace di mantenere il controllo per un campionato intero.
Massimiliano Allegri ha poi diretto alla grande l‘orchestra, con calma, fermezza, ma senza alzare la voce.
Concludiamo con i complimenti (stanchi, ma sinceri) al Milan tricolore.
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