martedì 17 maggio 2011

Il senso della Juventus secondo Andrea Agnelli

«C'è tanta delusione perché alla fine di questo campionato è emerso che una serie di giocatori arrivati non hanno capito cos'è la Juventus e quelli che avevamo lo hanno dimenticato».

Parole sagge quelle con cui Andrea Agnelli chiude il sipario sul deludente campionato juventino. La squadra bianconera chiude la stagione avendo fallito pesantemente ogni obiettivo: 7° posto in classifica che non consente la partecipazione a nessuna coppa europea, eliminata nel girone di Europa League senza vincere una partita e fuori dalla Coppa Italia ai quarti. Dura, forse troppo, l’autocritica di Agnelli in questa dichiarazione strappatagli, sicuramente in un momento di debolezza, dagli editori del sito ufficiale bianconero.

Eppure la responsabilità non è soltanto del coraggioso rampollo torinese... Va spartita tra i vari Cobolli Gigli, Jean-Claude Blanc (che probabilmente ha visto la sua prima partita di pallone il giorno dell’esordio in B della Vecchia Signora a Rimini nel settembre 2006), Secco, Marotta e Clouseau Delneri, riuscito a dare un’identità alla squadra da settembre a dicembre e poi il nulla da gennaio ad oggi. E soprattutto i giocatori, perchè lo sappiamo tutti, “alla fine in campo ci vanno loro”.

Vediamoli allora questi asini che, arrivati a Torino dall’infausto 2006 ad oggi, nonostante la dedizione pedagogica, i seminari alla CEPU ed i capitali investiti dalla dirigenza bianconera, non sono mai rusciti ad afferrare l’inconfutabile concetto di Juventus: Andrade (10 milioni) che giocò a malapena 3 partite; Tiago la lavatrice (che non lava) pagato 13 milioni; Almiron, comprato per 9 milioni, ceduto 6 mesi dopo l’acquisto; la sputacchiera Poulsen (10 milioni); Martinez (12 milioni!!!), uno dei peggiori giocatori della storia bianconera; Amauri, costato ben 23 milioni, un bomber da 2 gol l’anno; Diego, astro nascente tracagnotto, strappato per 25 milioni ai migliori club europei; il mediano nevrotico Felipe Melo pagato 25 milioni... Solo per citare alcuni dei sensazionali “colpi” di mercato di Secco, Blanc e Marotta. Tutti puntualmente svalutati e ceduti sottocosto.

In vista dell’ingente ricapitalizzazione appena annunciata, per il professore Agnelli, “che cos’è la Juventus” sarà la domanda da 100 milioni di Euro. Siamo sicuri che saprà rispondere? Forse non basta chiamarsi Agnelli per essere in grado di guidare la Juventus...

domenica 15 maggio 2011

Il Prince dei tamarri

Kevin-Prince Boateng è sicuramente stata la sorpresa di questo Milan Campione d’Italia. Arrivato a Milano, un po’ per caso, via Portsmouth e Genova dopo un buon mondiale terminato ai quarti di finale col suo Ghana, Prince, come ama essere chiamato, è diventato un punto di riferimento dello scacchiere tattico di Massimo Allegri.


Evoluzione palestrata del Perrotta spallettiano e dello Stankovic mourinhiano il ghanese di origine tedesca viene schierato come trequartista atipico alle spalle dei due attaccanti per poi interpretare il ruolo a modo suo. Senza i piedi di Ronaldinho, le accelerazioni di Kakà o le giocate di Savicevic, Prince riesce comunque a ritagliarsi uno spazio da protagonista in una zona del campo decisiva; corre e lotta come un mediano, ha la grinta ed il carisma del leader ed è bravo ad inserirsi in area senza palla. Prince è ben lungi dall’essere un campione eppure rilega Seedorf a sgobbare con Gattuso e Flamini e Pirlo addirittura a spolverare la panchina con Cassano.
Un vero fenomeno Boateng lo diventa, invece, fuori dal campo. Personalità spiccata e fisicaccio prorompente, Prince è il prototipo del giocatore moderno: tatuaggi (la corona sul collo su tutti) da fare invidia ad un marinaio, una bella cresta mohicana sempre luccicante e portamento da vero tamarro con tanto di sopracciglio tagliato, occhialoni da sole anche di notte, canottiera bianca attillata ed enormi cuffie da deejay. Insomma Prince piace più per il suo carattere estroverso e per il suo stile truzzo che per i suoi piedi! Autentico emblema dei (dis)valori berlusconiani basati più sull’apparenza che sul contenuto. Un tronista calciatore, un atleta pronto a trasformarsi in manichino televisivo.
 Boateng nasce a Berlino Ovest nell’87 da padre ghanese e madre tedesca. Ha un fratello da parte di madre, Jerome, anch’esso calciatore professionistico. Ha un’infanzia difficile passata nei sobborghi della capitale tedesca tra delinquenza e violenza che gli vale il soprannome di Ghetto Kid.

Prince cresce calcisticamente nell’Hertha e fa il definitivo salto di qualità andando a giocare in Premier nel Tottenham prima e nel Portsmouth dopo. A differenza del fratello sceglie di giocare per la nazionale ghanese abbandonando ogni legame con le Germania. Prima dei mondiali sudafricani rompe una caviglia al capitano tedesco Ballack con un’entrata assassina. Quest’episodio comprometterà definitivamente i suoi già complicati rapporti col fratello. Jerome infatti è il suo opposto: cresce in una buona famiglia, studia e si integra in Germania per la quale gioca in nazionale.
 Prince ha segnato 3 gol in campionato ed ha servito diversi assist ai compagni ma tutti ci ricorderemo di lui per il suo balletto jacksoniano con tanto di Moonwalk il giorno della premiazione a San Siro. 
E pensare che un tempo il campionato italiano veniva deciso da Platini, Zico, Maradona, Zidane, Kakà...

Justin Fashanu

Con quattro balzi semi accidentali in rete sono atterrato sul profilo di Justin Fashanu, calciatore inglese di origine nigeriana attivo negli anni ‘80. Le  biografie di Wikipedia sono spesso imprecise ed a volte addirittura sbagliate,  come tutte le biografie  sono tuttavia sempre dei riassunti di una vita. C’è certamente un giudizio nella selezione dei fatti di una vita e quindi Storia ed alla Storia Justin Fashanu passerà come il primo, ed unico per ora, calciatore professionista a dichiarare la propria omosessualità. Prima del suo outing Fashanu era invece noto per un’altra delle nostre moderne categorie di classificazione, un’altra etichetta, quella del prezzo.
Nato in Inghilterra nel 1961 Fashanu resiste ad un giovanile talento per la boxe per dedicarsi completamente al calcio. Dopo avere sfondato al debutto in una stagione ricca di gol e di gloria con il Norwich City Fashanu passa poi nell’estate del 1981 al Nottingham Forest per la cifra allora record di un millione di sterline. Forse condizionato dalla fama improvvisa e dalle aspettative dopo un ingaggio tanto costoso, il trasferimento al Nottingham si rivela più complicato del previsto. La qualità del suo gioco e la sua relazione con l’allenatore del Nottingham, Brian Clough, deteriorano rapidamente. Quando i gol smettono di arrivare Fashanu perde la fiducia nei propri mezzi e poi la squadra nei suoi.
Come ammise poi nella sua autobiografia non era solo il rendimento in campo che infastidiva Clough. Il leggendario allenatore inglese non tollerava, infatti, le risapute frequentazioni di Fashanu dei locali gay di Nottingham.
Nell’Agosto del 1982 Fashanu viene mandato in prestito al Southampton e poi definitivamente venduto per sole 150.000 sterline ai rivali del Notts County. Dopo tre anni senza infamia e senza lode nel club più antico del mondo comincia l’infinito pellegrinaggio di Fashanu che lo vede in pochi anni saltare da una squadra all’altra in tre continenti diversi.
Il 22 ottobre del 1990 Fashanu riappare nel Regno Unito nei caratteri cubitali del giornale scandalistico The Sun, in un titolo che unisce le due etichette che ne segnano la biografia: “Il calciatore da un milione di sterline: IO SONO GAY”.
Il gesto sembra allo stesso tempo un grido di liberazione ed un maldestro tentativo di tornare sulla scena da protagonista. Qualunque fossero le intenzioni, le dichiarazioni di Fashanu accentuano il suo isolamento; abbandonato da familiari ed amici riprende a ritmo frenetico i suoi pellegrinaggi fino a quando, accusato in Maryland di molestie sessuali ad un giovane studente, è costretto a tornare definitivamente in Inghilterra. La storia di Justin finisce appesa a un chiodo in un garage di Shoreditch in East London, impiccatosi per la vergogna per un delitto di cui si dichiarava innocente e dal quale a sua insaputa era già stato scagionato.
A questo punto si potrebbe fare una riflessione interessante su come la storia di un uomo diventi, nelle mani dei biografi sommari, prigioniera delle categorie e degli stereotipi con cui scelgono di raccontarla. (Cercateli, lampanti o un po’ nascosti, questi stereotipi nelle poche righe qui sopra). Questa riflessione sarebbe però lunga ed incerta e per il momento preferisco soltanto chiedermi se sia vero, come sostiene Marcello Lippi, che quella dei calciatori professionisti sia l'unica popolazione di decine di migliaia di persone compattamente eterosessuale, perché si sa, il calcio è un gioco per uomini, uomini veri, oppure se sia vero il contrario, che nel calcio il posto più comodo per un omosessuale è comunque sempre l'armadio ed il luogo più conveniente per tutti gli altri l'ipocrisia.

Ottorino Maggio

sabato 14 maggio 2011

Esproprio proletario

Nel lontano 2008 il secondo governo Prodi approvava la cosiddetta "legge Melandri" sui diritti televisivi, che tra i tanti sport andava a stravolgere gli equilibri ormai consolidati anche del mondo del calcio nostrano. In sostanza si tornava alla contrattazione collettiva con una spartizione più equa dei cospicui ricavi, fino ad allora quasi esclusivamente appannaggio delle Grandi, che stabilivano individualmente il prezzo con le emittenti televisive.
A quattro anni di distanza il centrosinistra è tornato mestamente laddove si trova meglio per tradizione storica e per naturale propensione masochistica, ovvero all'opposizione, ma l'ennesima legislatura sotto il segno del Cavaliere di Arcore non pare aver inciso nemmeno su questo terreno che, in quanto presidente di una delle Grandi, il Milan, avrebbe potuto interessarlo maggiormente. Invece a riprova della assoluta incapacità di governo del Cavaliere in tutti gli ambiti, la legge contestata fatta da una delle più improbabili ministre dello sport della storia repubblicana è rimasta tale e quale: perché allora se ne torna a parlare? Il fatto è che la legge prevedeva certo la contrattazione collettiva ed una spartizione più equa della torta, ma con un certo buon senso riservava una parte, il 25%, alle Grandi, nel senso che lo assegnava in base al numero di tifosi delle squadre. Qualche settimana fa le Piccole, con l'appoggio dell'assenteista presidente della lega, Beretta, ha votato la delibera che affida a tre nuove agenzie le indagini demoscopiche per stabilire il numero di tifosi di ciascuna squadra. Milan, Juve, Napoli, Inter e Roma si sono allora rivolte alla Alta Corte di Giustizia che ha per il momento bloccato il provvedimento. La spaccatura appare però grave tanto da far ricorrere ad inusuali considerazioni il sempre fuori luogo Andrea Agnelli, che addirittura ha minacciato di portare la Juve a giocare in un altro campionato. L'ad dell'Inter Paolillo dal canto suo è rimasto più sulla terra pur prospettando la possibilità che il mercato estivo delle grandi venga fatto solo tra di loro, per non dare soldi alle proletarie ribelli.
L'idea livellatrice che aveva ispirato la Melandri e che ora spinge le piccole è quella di dar vita ad un campionato più equilibrato nel quale lo strapotere economico di poche grandi società non decida già in partenza l'esito finale della competizione. Come spesso accade nella legge, che ha comunque il merito di porsi un problema reale, si mescola del buono e del cattivo: il desiderio di riequilibrare le cose tiene nel giusto conto il fatto che le grandi da sole non potrebbero giocare e che ogni anno dalle piccole prendono giocatori giovani che non avrebbero tempo di far maturare.
Accanto a questo genere di iniziativa sarebbe stato necessario però permettere ai grandi club di avere il via libera per la costruzione dei propri stadi in modo da permettere a chi investe di più di guadagnare di più per restare al passo con le maggiori squadre europee. Tutto sommato, se si guarda all'estero il nostro campionato appare ben più equilibrato e vincere per Milan, Inter e compagnia non è mai scontato; resta da vedere se perché il livello delle grandi è ormai misero (come porterebbero a pensare le figuracce europee e lo scudetto di un modesto Milan insidiato a lungo da squadre come Udinese o Napoli) o per il valore delle piccole nostrane.
Come era scontato attendersi dalle alte sfere del sport italiano (leggi l'inconfondibilmente incapace ebete/Abete) parlare di prese di posizione risulta fuori luogo, piuttosto solito invito buonista alla conciliazione. Per non parlare poi dell'esecutivo: la maggioranza, impegnatissima a sfornare leggi per il Padrone/ladrone, non ha tempo di occuparsi del futuro dei giovani e più in generale dell'economia italiana, figuriamoci se si mette a intervenire sul sempre spinoso tema calcistico, peraltro non esente da conflitto di interesse. Toccherà aspettare il prossimo ministro dello sport di centrosinistra... direi che si può aspettare con tutta calma.

Giuseppe Zerutituli

Il Principe Igor

Perché diciamo sempre che il calcio di oggi è più brutto del calcio di una volta? Forse perché non esistono più storie come quella di Igor Protti.
 Igor Protti, nato a Rimini in un tranquillo pomeriggio di settembre, è stato un prolifico centravanti degli anni ’90. Lo Zar, come lo chiamavano a Bari, o il Principe, come lo definivano a Livorno, vanta un insolito record: è l'unico calciatore europeo ad aver vinto le classifiche marcatori di tutte le categorie professionistiche. Igor è un ragazzo semplice. Come tanti altri nutre una forte passione per il calcio. Però si distingue subito per l’enorme facilità con cui va in gol. Ne realizzerà ben 229 da professionista.


A soli 18 anni lascia Rimini con un paio di scarpini da calcio ed uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Si trasferisce a Livorno perché ha appena firmato il suo primo contratto da professionista. Protti gioca 3 stagioni in C1. Questo periodo sarà decisivo per la sua maturazione. Il giovane attaccante si innamora della città di Modigliani: dei suoi colori forti, della sua atmosfera di porto di mare, della sincerità e della spontaneità dei suoi abitanti, dei tramonti all’Ardenza, del cacciucco e del ponce. Igor si identifica pienamente con questo ambiente e quel giorno di fine maggio dell’88 in cui scopre di essere stato ceduto alla Virescit Bergamo è per lui un vero e proprio trauma. Il giocatore, come canta il cantautore labronico Bobo Rondelli “Bella Livorno, mi fermo qui”, sognava di vivere per sempre a Livorno e di indossare solo la maglia amaranto.
Ma Igor non si perde. Eè determinato. Continua ad allenarsi duramente, a correre ed a segnare. In pochi anni arriva il giorno del suo esordio in Serie A. In A, come in B ed C, Igor gioca e segna caterve di gol. Protti è un attaccante inarrestabile. Va in rete indifferentemente di destro, di sinistra o di testa, di potenza o di rapina. Ma il suo cuore è rimasto nella città dei Quattro Mori. Nella stagione ‘95/’96 conquista il titolo di capocannoniere della massima divisione italiana con 24 reti e viene notato dai principali Club dello Stivale. E’ la Lazio a spuntarla. Igor è caricatissimo. Sente che il suo trasferimento nella capitale gli permetterà di consacrarsi come campione. Ma le cose non andranno come sperato. L’annata sarà viziata da diversi infortuni e da incomprensioni col tecnico boemo Zeman. L’estate successiva viene subito ceduto al Napoli e la stagione sarà avara di gol e di soddisfazioni. Dopo altri 2 campionati fallimentari tra Lazio e Reggiana, l’ormai maturo Igor sbotta. Il giocatore è infelice. Sul campo le sue prestazioni sono mediocri e non riesce più a trovare la porta con la facilità di sempre. Protti è sicuro: solo un suo ritorno nella mai dimenticata Livorno gli potrà restituire gol e sorriso. Il neo presidente labronico, Aldo Spinelli, non si lascia scappare l’occasione e nell’estate del ’99 realizza il sogno di tutta la Curva Nord livornese. Il Principe è tornato a casa e potrà nuovamente indossare la maglia numero 10 amaranto. “Bella Livorno, mi fermo qui”. Il giocatore decide di stabilirsi per sempre nella città della Fortezza e dei Fossi. L’attaccante rinuncia ai grandi palcoscenici della Serie A per giocare e lottare per la squadra del cuore. In 3 stagioni in C1 Igor realizza 58 reti vincendo 2 volte il titolo di capocannoniere e trascinando gli amaranto alla promozione in Serie B dopo 31 anni. Il giocatore è finalmente felice. In B Protti gioca un’altra grande stagione che lo porta a laurearsi bomber delle serie cadetta. A fine stagione il Capitano amaranto è contento ma stanco ed acciaccato.
I suoi 36 anni si fanno sentire nelle gambe martoriate dai difensori avvesari. Annuncia il ritiro dall’attività professionistica. Nel frattempo il Livorno Calcio acquista il figliol prodigo Cristiano Lucarelli. Il giorno della sua presentazione ufficiale dichiara che con Protti al suo fianco la squadra di Mister Mazzarri può puntare alla promozione in Serie A. Tutta la città chiede al Capitano di tante battaglie di tornare in campo. Igor sa che non può deludere l’affetto della gente che lo ha reso felice. Il Principe stringe i denti e decide di tornare ad indossare la sua maglia numero 10. La stagione sarà trionfale: i gemelli del gol segnano 53 reti (stabilendo un record per la categoria) e trascinano il Livorno ad una storica promozione in Serie A dopo 55 anni. Protti ha realizzato il sogno di un’intera città. Tutti i livornesi si riversano nelle strade per festeggiare l’evento.
Igor, nonostante i 37 anni, è ancora un attaccante formidabile. Il richiamo delle Serie A, persa 5 anni prima, lo spinge a disputare un ultimo campionato con la maglia amaranto. Quella che a 18 lo ha svezzato, lo ha fatto crescere e maturare e pochi anni fa gli ha restituito il sorriso e la voglia di correre dietro al pallone. Il Livorno centra una tranquilla salvezza e Protti segna 6 gol. A fine stagione è arrivata l’ora per il Principe Igor di ritirarsi. La società labronica lo omaggia ritirando la sua maglia: la numero 10. La città piange l’addio del suo Capitano ma Igor è felice. A 32 anni ha rinunciato alla serie A per giocare col Livorno in C. In 6 stagioni trascina gli amaranto dalla C alla A segnando caterve di gol. Nessuno come lui è mai stato amato incondizionatamente dal focoso pubblico labronico. Igor Protti è un personaggio che appartiene ad un calcio che non c’è più. Un calcio più autentico. Fatto di uomini, di sentimenti, di sudore, di fatica e di storie di provincia come quella di Igor Protti da Rimini divenuto il Principe di Livorno.

venerdì 13 maggio 2011

L'Uomo di Mervha

Scoppiettante polemica sui giornali nazionali tra Ringhio Gattuso e il Milan da una parte e Leonardo e l'Inter dall'altra. Il Polpo, otre ad arricchire il dibattito con le sue due lire, regala ai fedelissimi lettori una profezia nuova di zecca, trovatela sul retro ben impacchettata nel celofan. Ricapitoliamo: Gattuso viene ripreso da una coraggiosa videocamera senza frontiere - si prevede il Pulitzer - gridare assieme un gruppetto di bruti tifosi "Leonardo uomo di merda, Leonardo uomo di merda" (punteggiatura nostra). Gattuso poi riferisce ai giornali di essere a conoscenza di particolari segreti che giustificano l'urgenza della dura presa di posizione gattusiana.

Il ciuffo ribelle di Mister Leonardo, anch'esso si presume fatto di feci, non ci sta e, tramite un comunicato ufficiale sul sito della squadra, l'allenatore dell’Inter rivela che al momento del suo abbandono del Milan Gattuso l'aveva personalmente lodato per l'immacolata coerenza. Leonardo poi invita il Milan ad esprimere una linea ufficiale sulla faccenda. Galliani, che in quanto a linee politiche ha ereditato la schiettezza del nostro suo presidente interviene con forza e in una nota ai giornali fa sapere: "sdrammatizziamo". Purtroppo la dichiarazione perde per strada i due punti che dovrebbero seguirla, l'intenzione rimane soltanto nel verbo che si vede a questo punto costretto a sdrammatizzare se stesso. Puntuale arriva la contro reazione dello squalo Moratti che, aprendo la bocca giusto abbastanza perché non gli cada la Nazionale, polemizza sottilmente con il suo allenatore e dimostra il coraggio di una dura autocritica. Moratti, per sfuggire ai luoghi comuni, commenta: "non c'è bisogno di alcun commento, le immagini si commentano da sole". Alle dichiarazioni sofisticate di tutti questi luminari che si affrettano a chiosare sulle meditate parole di un ragazzo uomo di 33 anni in mutande che si fa chiamare Ringhio ci preme aggiungere la nostra profezia: in un seguitissimo messaggio su youTube Ringhio giurerà sui sui figli che le parole della sua invettiva erano in realtà "Leonardo uomo di Mervha, Leonardo uomo di Mervha" (punteggiatura nostra). Mervha, dunque, una grazioso villaggio brasiliano e non merda, escrementi. Verrà dunque alla luce la nobile intenzione di Ringhio di smascherare l'ignobile bugia di Leonardo che si e' sempre dichiarato nativo di Niterói. Segue riproduzione dell'originale certificato di nascita, scovato dai segugi di Ringhio in un archivio dell'isola di Santa Lucia.
Massì continuiamo così, facciamoci del male.

Ottorino Maggio

Messi Vs Ronaldo

Leo Messi o Cristiano Ronaldo? Questo è il dilemma... Sono indubbiamente i due più forti giocatori del mondo. Ma chi è il migliore? L’argentino è un piccolo attaccante esterno, mancino puro, a cui piace partire da destra per accentrarsi e tirare in porta col sinistro, preferibilmente dopo aver dribblato 3 o 4 avversari come birilli. Il portoghese invece è “una montagna incantata di muscoli” (Italo Cucci, poverino). Può ricoprire qualsiasi ruolo del fronte d’attacco. E’ in grado di segnare di destro e di sinistro, di potenza e di classe, di testa o su calcio di punizione.
La Pulce è sicuramente più bello da vedere. I suoi slalom palla al piede sono esaltanti per i tifosi. CR7 è arrogante e sfacciato ma la sua forza è inarrestabile. Entrambi sono giovanissimi (24 anni il blaugrana, 26 il blanco) ma hanno già vinto trofei di squadra ed individuali che molti calciatori non vincono in una carriera intera. L’aspetto più impressionante è l’altissimo numero di gol che mettono a segno con imbarazzante regolarità. Sono i 2 migliori marcatori mondiali degli ultimi 3 anni (terzo è Di Natale...). Messi ha segnato 119 gol in 174 partite con la maglia del Barça. Cristiano Ronaldo ha realizzato 84 gol in 196 match quando giocava col Manchester United e addirittura 62 reti in 61 partite (!!!) col Real Madrid! Medie gol da far impallidire Muller e Piola.  L’argentino è più simpatico. Umile, basso, bruttino, goffo davanti alle telecamere. Nonostante gli evidenti limiti fisici riesce ad imporsi sul campo verde grazie alla sua rapidità ed al suo immenso talento. Il portoghese invece è la versione forte di David Beckam: capello perennemente ingellato e taglio à la page, stile tamarro ed infinita serie di flirt con soubrette e veline. A suo agio sia nelle foto al mare nelle pagine delle riviste di gossip sia negli spazi pubblicitari dei periodici d’alta finanza, d’Armani vestito.
Il calcio e la vita sono pieni di questi dualismi. Ancora oggi nessuno è mai riuscito ad affermare con certezza chi sia stato il miglior calciatore della storia tra il ragioniere brasiliano Pelé e l’estroso argentino Maradona. Negli anni ‘60/’70 l’Italia si divideva tra Riveristi e Mazzoliani. Anche altri sport hanno vissuto e goduto di grandissime rivalità: Borg e MacEnroe e Federer e Nadal nel tennis, Prost e Senna nella Formula 1, Coppi e Bartali nel ciclismo...
Ma non solo nello sport, anche la vita è fatta di dualismi: destra e sinistra, credenti e atei, quelli che preferiscono il gelato al cioccolato e quelli che invece adorano il gelato alla crema, quelli che apprezzano più la morbida Bellucci o l’algida Bruni, quelli che impazziscono per le commedie demenziali dei Vanzina e quelli che guardano solo film di Moretti, giocatori di scopa contro giocatori di briscola, ferraristi contro porschisti, vacanze al mare o vacanze in montagna, auto o moto, pasto o pizza, vino o birra, Beatlesiani e fan dei Rolling Stones, Guelfi o Ghibellini...
Sembra che per esistere, l’uomo abbia bisogna di appartenere ad una categoria in contrapposizione ad un’altra.
E’ inutile cercare di capire chi sia più forte tra Messi e Ronaldo. L’importante è schierarsi da una parte e difendere ad oltranza la propria posizione.
P.S.: anche perché Messi è troppo meglio!